Saturday, October 23, 2010

ONORE AGLI ALFIERI DELLA SIGNORA

Onore agli alfieri della Signora, unici eroi di calciopoli
Giampiero Mughini da "Libero" del 22 Ottobre 2010

Onore agli internauti del sito Ju29ro.com, il cui recente libro su “Farsopoli” (Che fine ha fatto la Juve?, Cardano Editore, pagine 240, 15 euro), sarà presentato oggi a Roma alla Libreria Bibli. E quando dico onore, intendo l’onore civile e giornalistico di chi ambisce alla verità, non certo l’onore da tifosi faziosi e di parte che non ci stanno a che la loro beneamata prenda cazzotti in faccia. Eppure, non fosse stato per loro, per questi artigiani pazienti e generosi che sono andati a spulciare una a una le carte di Calciopoli, e le intercettazioni e le dichiarazioni dei protagonisti, e le sentenze che nell'estate 2006 avevano messo in ginocchio la Juve e stravolto la storia centenaria del calcio italiano, almeno sino all'altro ieri l'avrebbe avuta vinta il Pensiero Unico di quelli che avevano scoperto quello che i tre quarti di italiani sapevano da sempre, ossia che la Juve vinceva perché rubava. Almeno sino all'altro ieri, quando le. risultanze del processo penale a Napoli hanno cominciato a gridare una verità diversissima da quella di Calciopoli e quando al posto di capo simbolico della Juve è tornato un Agnelli, il Pensiero Unico era spalmato uniformemente su tutti i grandi giornali italiani cartacei dalla “Gazzetta dello Sport” alle pagine sportive del “Corriere della Sera”, dalla “Repubblica” a “L’Espresso” e persino alle pagine sportive della “Stampa”. Ancora pochi mesi fa ricordo di un giornalista di quelli che hanno la “r” moscia pur non avendola, il quale in un’importante emittente radiofonica nazionale si diceva sdegnato che a Luciano Moggi fosse consentito di andare in televisione a difendersi.
Non fosse stato dunque per il blogger Renato La Monica (di cui è appena uscito, sempre dall’editore Cardano, il saporitissimo Calciopoli), uno che in piena Calciopoli aveva fondato il “Magazine Bianconero” prima in versione cartacea e poi in versione online; non fosse stato per il suo collaboratore Salvatore Cozzolino, il quale darà vita al sito Ju29ro.com di cui ho detto all’inizio; non fosse stato per bravissimi giornalisti online fecondati da quell’esperienza quali Stefano Discreti ed Emilio Cambiaghi, il cui Manuale di autodifesa del tifoso juventino è una pietra miliare della ricerca della verità di cui sto parlando; non fosse stato per Massimo Zampini, Giuseppe Pollicelli, per il blog di Christian Rocca, il Pensiero Unico avrebbe sventolata altissima la sua bandiera e il nome del suo eroe, il tenente colonnello Auricchio, un ufficiale dei carabinieri che di calcio non ne sapeva mica tanto e che a stendere il. suo romanzo accusatorio sulla Juve s’era fatto aiutare da un giornalista della “Rosea”. Quell’Auricchio che durante i mesi più roventi di Calciopoli assurse al rango di un Voltaire dei tempi moderni e che alle recenti udienze del processo di Napoli sta facendo delle figure barbine.
Che cosa recitava in estrema sintesi il Pensiero Unico? Che non c'era dubbio alcuno che la Juve gli ultimi suoi scudetti li avesse vinti al telefono, mercé l’uso diabolico e ipnotizzante delle schede telefoniche svizzere distribuite da Moggi ai suoi amici; che non c'era dubbio alcuno che il direttore tecnico della Juve, uno che bastava guardarlo in faccia per capire che tipo era, aveva
messo in piedi una vera “organizzazione a delinquere” pur di alterare i risultati sul campo, e questo perché in squadra aveva delle pippe - Ibrahimovic, Del Piero, Trezeguet, Mutu - che la palla dentro non la mettevano per nessuna ragione al mondo; che la buona parte degli arbitri italiani era visitata a notte da discintissime Kate Moss ed Eva Herzigova pagate da Moggi, e figuratevi se dopo questi incontri gli arbitri fischiavano un rigore a danno della Juve; che nella milanese Via Durini aveva la sua sede una società di calcio che per vent’anni aveva speso miliardi a centinaia a comprare un'intera legione straniera di calciatori, e che con tutto ciò racimolava in campionato quinti e ottavi posti, e questo da quanto erano “onesti” i suoi dirigenti, gente che ai designatori arbitrali non telefonava mai e poi mai neppure a chiedere se l'indomani su Milano era prevista pioggia. C’era la parola d'onore di un pubblico ministero di Napoli ad assicurare l'Italia che di quelle telefonate non ce n'era nemmeno una che fosse una.
Sono passati gli anni. Il Pensiero Unico è sprofondato nella sua melma e nella sua vergogna. I reati indicibili commessi da Moggi e di cui l'avvocato difensore della Juve di Calciopoli aveva avuto un tale orrore, a leggere e sia pure in fretta e furia le carte processuali, tanto che la Juve scaraventata in serie B e con una qualche penalizzazione gli appariva una pena equa, di quelli non ne è venuto fuori nessuno. I giocatori avversari della Juve di cui il prode Auricchio/Voltaire aveva detto che erano stati squalificati pur di rendere le cose più facili alla squadra i cui titolari si giocarono quasi tutti la finale di Campionato del Mondo del luglio 2006, erano stati invece regolarmente in campo. Giornalisti del rango di Mario Sconcerti hanno scritto finalmente papale papale che la distruzione della Juve aveva stravolto e indebolito il calcio italiano. L’Andrea Agnelli divenuto capo della Juve dice di Antonio Giraudo che è per lui “un padre” e di Moggi che è stato un grandissimo dirigente nella storia della Juve, e questo mentre John Elkann aveva scaricato l'uno e l'altro dopo 24 ore e senza mai chiamarli una volta a che dicessero le loro ragioni. Quanto alle telefonate di dirigenti dell'Inter ai designatori arbitrali, gli avvocati difensori di Moggi ne hanno scovate a centinaia. E quanto all'assegnazione farsa dello scudetto a un’Inter che in quel campionato era arrivata terza, distanziata di 15 punti dalla Juve, adesso tutti fanno a gara a dire “Non sono stato io, io ero contrario, io non c’entro”. E quanto agli errori degli arbitri, errori che ci sono stati e sempre ci saranno e di cui ovviamente si gioveranno le squadre di maggior prestigio e peso politico, c’è stato quel campionato vinto dall'Inter giovandosi di errori sesquipedali tipo il gol di Adriano realizzato con un gran colpo da pallavolo o quell'altro gol con tutti gli attaccanti nerazzurri in fuorigioco. Errori umani, certo che sì. Né più né meno di quelli che favorirono la Juve del 1998, errori che io ho mille volte riconosciuto e sottolineato. E per adesso è tutto. 

Lo ripeto, onore agli internauti di Ju29ro.com.

Giampiero Mughini

Saturday, June 26, 2010

L'ARTICOLO DEFINITIVO DI EMILIO CAMBIAGHI

A mio avviso è senza dubbio l’articolo di controinformazione più completo e diffondibile uscito in queste settimane: standing ovation per Emilio, che ringrazio, ricordandovi che potete scaricare il pdf dell’articolo cliccando qui. Mi raccomando fatelo girare, o cliccate sul bottone facebook in fondo: basta favole!

Ora basta. Chi scrive ha sempre cercato di argomentare ogni più piccola questione, ogni minima sfaccettatura riguardo a quanto accaduto dal 2006 ad oggi. Ma adesso è arrivata l’ora di posare i calamai e di dare battaglia. Una battaglia di consapevolezza, cui faccia seguito una ferrea presa di posizione. Le nuove intercettazioni che stanno nuovamente scuotendo il mondo del calcio hanno aperto una voragine nelle coscienze di coloro che hanno voluto far passare una vergognosa menzogna per indiscutibile verità. Le penne reazionarie si sono già mosse per dare una nuova inquadratura alla situazione e stanno cercando di far passare l’idea della revoca dello scudetto all’inter come eventualità sufficiente per rimettere tutto a posto. Continuano a dire che esisteva un Sistema Moggi, che “quello che ha fatto la Juve è sotto gli occhi di tutti”, che “ci sono stati fatti gravissimi che hanno portato ad una giusta condanna”. No, le cose non stanno così e non accettiamo nemmeno la logica del tutti innocenti o tutti colpevoli.
I colpevoli ci sono, ma sono altri.

Non esiste nessuna intercettazione di Luciano Moggi con un arbitro, non esiste nessuna richiesta di favori da parte di questi a chicchessia, non esiste – e fatevene una ragione – nulla di nulla. Luciano Moggi è stato intercettato, pedinato, umiliato e fatto a pezzi in ogni modo possibile e la prova massima della sua colpevolezza è risultata essere una discussione sulle griglie con il designatore Bergamo. Consuetudine che, apprendiamo ora, era ben gradita a tutti e praticata da certuni con una malizia sconosciuta persino a chi è stato per anni additato come causa suprema di ogni male del pallone. E non vi era neanche un sistema diffuso, il cosiddetto illecito strutturato. No signori, anche questa è una favola, un raccontino della buonanotte. E a svegliare i sognatori non siamo stati noi, partigiani dell’opinione, ma i testimoni del processo penale che si sta svolgendo a Napoli. Come può essere credibile un’indagine indirizzata a senso unico, condotta con fretta e superficialità, incentrata sui riassunti della Gazzetta dello Sport, con inquirenti che non si sono neppure degnati di guardare le partite, di verificare se le loro accuse potevano essere dimostrate, che non hanno voluto investigare (“L’inter non ci interessa” cfr. deposizione di Rosario Coppola), che hanno sbandierato ai quattro venti che “piaccia o non piaccia” non esistevano altre telefonate all’infuori di quelle dei dirigenti già sotto accusa? Niente di tutto questo può essere credibile.

E smettiamola con le solite accuse, più volte smentite, persino dalle stesse sentenze sportive. Le ammonizioni pilotate non esistono, è una fantasia costruita nella testa di Leonardo Meani nei suoi colloqui telefonici con i guardalinee Copelli e Puglisi, e immediatamente presa per buona: nell’anno oggetto di indagine la Juventus ne ha totalizzate 17, a livello delle altre grandi (le stesse dell’inter), e ben sotto il primo posto dell’Atalanta. Dieci di queste sono, per giunta, arrivate da arbitri considerati estranei alla cosiddetta Cupola. In un’intercettazione il giornalista Tony Damascelli informa Luciano Moggi delle sanzioni comminate a Nastase, Petruzzi e Gamberini (quest’ultimo nemmeno in diffida) in Fiorentina-Bologna, ma Moggi, stupito, dimostra di non conoscere nemmeno chi fossero i diffidati della gara in questione. Mai, da nessuna parte, si sente o si legge Luciano Moggi chiedere esplicitamente di comminare sanzioni fraudolente. Ed è una leggenda anche la telefonata, imputata a Giraudo, nella quale si ascolta “Se l’arbitro è sveglio ci dimezza l’Udinese”. La conversazione infatti è successiva di un’ora all’incontro Udinese-Brescia dove fu, in maniera assolutamente corretta, espulso il friulano Jankulovski. E chiariamolo una volta per tutte, i sorteggi erano regolari. Ogni sorteggio si svolgeva in presenza di un notaio e l’estrazione della pallina con il nome dell’arbitro era affidata ad un giornalista ogni volta diverso, che estraeva dopo che Pairetto aveva aperto la pallina contenente la partita da assegnare. Questa circostanza è stata più volte spiegata, persino dall’Unione Stampa Sportiva (comunicato del 15 maggio 2006) e dalle sentenze sportive, che non prendono in considerazione questo ridicolo capo d’accusa per motivare la condanna. Persino Mazzei, in una delle nuove telefonate, cerca di convincere Facchetti che non c’è nulla da fare, anche se si vuole – come l’ex presidente interista desidererebbe – manipolarlo. Moggi conosceva prima i nomi degli arbitri e dei guardalinee? Bugia. Bugia enorme. Veniva avvisato solo dopo l’avvenuta designazione, anche se in anticipo rispetto alle comunicazioni ufficiali agli organi di stampa. Ma c’era chi veniva a conoscenza delle stesse ben prima del DG juventino. Leonardo Meani, ad esempio, come dimostrano gli sms portati dalla difesa al processo di Napoli. E lo stesso Facchetti, che veniva informato, addirittura un giorno prima, su chi fossero i guardalinee di inter-Juventus. Non di una partita qualsiasi…

E finiamola con la storia di Paparesta chiuso nello spogliatoio. La vicenda è stata innumerevoli volte chiarita dall’arbitro stesso e archiviata dalla Procura di Reggio Calabria. Moggi poteva decidere le sorti degli arbitri? Altra gigantesca menzogna. Moggi minaccia di far sospendere Paparesta che, invece, arbitra regolarmente già dalla giornata successiva. Anzi, è vero il contrario. Questo dichiara Pairetto di fronte al giudice Casoria: “Chiha danneggiato la Juve e’ tornato subito ad arbitrare, chi l’ha favorita viene sospeso per due mesi e mezzo”. Come nel caso di Racalbuto, dopo Roma-Juventus.

Moggi controllava De Santis? Ridicolo. Nell’anno indagato è l’arbitro con cui la Juve ha ottenuto la media punti più bassa (1,4). Così il compianto Giorgio Tosatti in una telefonata Moggi del 20 aprile 2005: “Ormai gli arbitri ti pisciano addosso a te. Ieri l’ho detto, ho detto ieri in Federazione: avete fatto apposta a mandare De Santis perché vada in culo alla Juve”. E Moggi risponde: “Con quest’anno, tra Palermo, Parma e questa qui, ci costa tranquillamente sei punti. Ci ha creato mille problemi in questo campionato. Se noi perdiamo il campionato uno degli artefici è lui perché c’ha dato troppo contro”. Recentemente è stato poi dimostrato con chi in realtà intrattenesse rapporti amichevoli l’arbitro romano, con Giacinto Facchetti.

E prima che qualcuno obietti, parliamo subito delle schede, delle famosissime schede svizzere. Lo sanno i signori che commentano il pallone che, in un processo penale, la prova si costituisce in dibattimento? Questa, quindi, è una prova ancora tutta da dimostrare. Nella realtà, fino ad ora, sono emersi solo elementi ampiamente favorevoli alla difesa. La scheda a Paparesta è un falso, era di suo padre. Quelle di Cassarà e Gabriele (che mai avevano arbitrato la Juventus nelle stagioni 2004/05 e 2005/06), false pure quelle: assolti dalla giustizia ordinaria il 18 gennaio 2010. Gli schemini con le ricostruzioni delle chiamate effettuate sono stati definiti dal Maresciallo Di Laroni, che svolse queste indagini, “presumibili”, senza contare innumerevoli errori nell’assegnazione delle celle, con arbitri da tutt’altra parte al momento delle chiamate loro imputate. A farsi benedire anche la scheda ritenuta essere in possesso di De Santis, come lo stesso arbitro dimostrerà al processo: “Mi viene attribuita una scheda svizzera tra il 7 gennaio e il 28 marzo ma essendo io uno degli organizzatori della cupola, mi sembra strano che potessi averla solo in quel periodo. Io non l’ho mai posseduta né usata, in quel periodo stavo facendo un corso come vicecommissario di polizia penitenziaria, lo frequentavo tutti i giorni e ho portato le prove. In molti degli orari in cui mi viene attribuito l’uso della scheda svizzera ero a scuola a frequentare il corso”. E che dire del fatto che la Juventus, con i cosiddetti arbitri “svizzeri” avesse una media punti inferiore a quella di Milan (2,08 a fronte di una media campionato di 2,07) e di inter (1,9 su media totale di 1,89). La Juventus infatti totalizzò una media di 1,88 punti, a fronte di una media complessiva ben superiore: 2,26!!!

Allora dove sarebbe questa famigerata Cupola? Da quali elementi si può desumere che Luciano Moggi e Antonio Giraudo – lasciati soli a se stessi, senza nessuna stampa e televisione amica e senza il supporto della proprietà – controllassero le sorti del campionato italiano? Una tale ricostruzione della realtà può esistere solo nelle menti di chi voleva colpire un unico bersaglio e nelle parole di chi questa teoria ha sostenuto ed alimentato. Perché, ad esempio, non è mai stata posta attenzione sui comportamenti delle squadre milanesi? Infatti non sono in nessun modo paragonabili i comportamenti dei dirigenti di inter e Milan con quelli addebitati a Luciano Moggi. Certo, ma in peggio. Proviamo a fare chiarezza.

Non esistono intercettazioni tra Luciano Moggi e gli arbitri. Ci sono invece fatti incontestabili riguardo i rapporti intrattenuti da alcuni di questi con le squadre meneghine. Sono stati dimostrati gli stretti rapporti tra Giacinto Facchetti e l’arbitro Nucini, fischietto all’epoca in attività e oggi misteriosamente scomparso dai salotti televisivi che era solito frequentare. Sono stati dimostrati i rapporti dell’ex presidente nerazzurro con Massimo De Santis, proprio lui, l’arbitro sbeffeggiato e calunniato da tutti come asservito al potere moggiano. Con il fischietto di Tivoli Facchetti parla di Walter Gagg, il funzionario FIFA, già accusato di aver svolto compiti “in nome e in funzione dell’inter”. Laddove Luciano Moggi confrontava griglie arbitrali, Giacinto Facchetti cerca direttamente di bypassarle, alterando il sorteggio prima di inter-Juventus del 28 novembre 2004:

Facchetti: «No, lì non devono fare i sorteggi, ci devono…».
Mazzei: «Come si fa, Giacinto, purtroppo ci vuole fortuna».
Facchetti: «Ma dai…».
Mazzei: «Ti dico la verità, qui un sorteggio lo fa un giornalista, devono studiare una griglia e le possibilità sono più alte»

Questo Luciano Moggi non l’ha MAI fatto. Luciano Moggi non conosceva le designazioni un giorno prima delle partite, Moggi non falsificava passaporti (cfr. Oriali condannato dalla giustizia ordinaria) con il fine di rendere disponibile un calciatore che, altrimenti, non avrebbe potuto essere schierato. Così si falsano realmente i campionati. Moggi non incontrava gli arbitri prima delle partite (cfr. Moratti che va a salutare Bertini prima di inter-Sampdoria) e nemmeno durante l’intervallo (cfr. squalifica di Facchetti dopo Chievo-inter del 2002/03). Mai, nessun dirigente della Juventus F.C. si è permesso di far pedinare e intercettare illegalmente un suo calciatore e, men che meno, dirigenti di altre squadre, arbitri o esponenti della Federcalcio. Mai la Juventus, con un’azienda nell’orbita della sua proprietà, ha sponsorizzato il campionato italiano e la Coppa Italia (cfr. sponsor TIM su entrambe le competizioni). Questa è la realtà dei fatti.

E il Milan? Sono loro che parlano con quasi tutti gli arbitri e i guardalinee! Sono loro che hanno il potere. Un proprietario Presidente del Consiglio e un Presidente che, all’epoca dei fatti, era a capo della Lega Calcio e gran cerimoniere dei diritti televisivi. Tre televisioni nazionali al servizio della loro verità, tre televisioni con le quali dire, non dire, omettere, stravolgere. Giornali, radio, siti internet e una valanga di opinionisti al servizio della loro versione dei fatti. Ma tanto era la Juve che tramava a palazzo. Allora mi spieghino queste intercettazioni (già comprese nelle informative, ma mai considerate…):

Mazzini a Moggi, riguardo le prossime elezioni in Lega: “Con Cellino, mi dice Galliani, non ci sono problemi perché lo fa votare Berlusconi”.

Ghirelli a Mazzini, sempre a proposito di elezioni: “Galliani deve muoversi tramite Berlusconi” per “influenzare AN e compagnia”.

Mazzini a Moggi: “Comunque stamani io ho chiamato Galliani, gli ho detto: senti, stammi bene a sentire, dico, guarda, muovi anche i tuoi padrini politici, perché, che Zamparini è di AN e che voti per Abete è veramente una cosa che non… non esiste al mondo”.

Bergamo a Mazzini: “Gigi (Pairetto, ndr) risponde alla Sampdoria, al Milan, all’inter, al Verona, al Vicenza, al Palermo, a tutti quelli dove ci sono grandi magazzini e lui ha bisogno di lavorare”.

Come mai avrebbero potuto due solitari dirigenti avversari mettere nel sacco un impero tanto grande? Infatti non poterono, perché tutto esiste solo nella mente di un personaggio con la strana e peculiare carica di “addetto agli arbitri”. Quel Leonardo Meani, credibile quando dice di difendersi dalla Juve, semplice co.co.co da rinnegare quando intrattiene rapporti di ogni tipo con la quasi totalità della classe arbitrale. Non ci credete? Cominciamo da Collina, per il quale venivano organizzati incontri per conto di Galliani, nel ristorante di proprietà di Meani. Per di più nel giorno di chiusura, “così non ci vede nessuno”. Meani che gli augura di essere presto designatore, così “non ti chiamo più”, che gli rammenta quando lo aiutava nelle scelte “mi ricordo di quando avevamo posto il veto a Pisacreta” e che chiamava “il capo, il grande capo” per relazionare di questa sua bellissima amicizia con l’arbitro viareggino. No, queste cose Moggi non le faceva.

E che dire del guardalinee Puglisi, definito da Babini, altro guardalinee “Puglia, l’ultrà del Milan”. Prima del derby di Champions, Puglisi chiama l’amicone: “L’importante è che noi riusciamo a fargli il culo a ‘sti interisti”. Qualche giorno dopo Meani lo rincuora sul suo futuro: “Secondo te, perché so? Perché io sto spingendo da matti per te, no!”. Lo stesso Puglisi che chiede a Meani se farà Milan-Chievo e questi che gli risponde che era stato già scelto per Parma-Sampdoria, ma che farà cambiare designazione. Come in effetti accade. E si cautela pure, ridacchiando: “Tu comunque vedi di star zitto su questo cose che ti dico, eh?”. Per finire gli racconta come ha istruito Babini per Milan-Chievo: “Mercoledì da intelligente come vogliono quelli lì, nel dubbio da una parte vai su e dall’altra stai giù. Poi se le cose eclatanti che vedono tutti, nessuno dice niente eh!”. E per lui spingeva anche con Galliani : “Puglisi però bisogna far tutto per metterlo in A e in B, eh?”. D’altra parte il Presidente aveva già capito tutto: “Ho saputo che lei ha già parlato con Puglisi”. Ma avete mai sentito Moggi dire roba del genere? Si era persino stupito l’arbitro Messina, che al telefono con il ristoratore lodigiano, chiede: “Oh, ma li hai designati te i guardalinee (Milan-Chievo, ndr) o loro?” E Copelli? Prima di Milan-Sampdoria viene tranquillizzato: “Hai visto che sto rilanciando e son troppo… sto rilanciando anche Messina”. Copelli è colui che il 13 maggio 2006, davanti a Borrelli, dichiara: “Se un assistente avesse voluto arbitrare un incontro del Milan non si doveva rivolgere ai designatori, ma a Meani”. Già, infatti, tante volte Meani glielo aveva detto direttamente: “Stai tranquillo, adesso ci penso io. Parlo con Galliani, lui lo sa Galliani, gli dico: senta, questo qui è un nostro uomo gli dico io”. E poi le confidenze a Contini, altro guardalinee: “Io e te siamo amici, qualcosina in più me la puoi dare oh… ma va bene… il giocatore tu lo richiami invece di ammonirlo, cioè sono queste cose qui, eh…”. Babini addirittura si spaventa. Dopo aver saputo che Meani aveva scelto i guardalinee di Milan-Chievo, lo chiama per dirgli: “Bisognerebbe rifiutarla quella partita lì, con questa designazione confermano che è tutta una porcheria [...] Ti ho detto che facciamo ridere tutta Italia con questa designazione”. Indimenticabile la promessa a Rodomonti: “T’ho fatto anche prendere sette e mezzo da Cecere […] Comunque, guarda che mi ha telefonato il mio presidente che ti dà l’indirizzo e ti manda a fare anche a te il trapianto dei capelli in Svizzera”. E come dimenticarsi di Meani che chiede a Mazzei di mandare Ambrosino, che dice a Pasquale D’Addato (osservatore AIA di Bologna) di stare sereno per il suo avanzamento di carriera perché ne parlerà a Lanese: “Noi avremmo piacere che questo D’Addato possa fare il presidente regionale. Gli dico: il dottor Galliani vorrebbe fargli fare il presidente”.

Si potrebbe andare avanti per molte pagine, ma ci fermiamo qui, non senza ricordare l’ormai famoso avvertimento a Bergamo in vista della decisiva Milan-Juventus (partita prima della quale Meani regalò orologi alla terna arbitrale… “però a Trefoloni gli fai un bel discorsetto, perché sennò gli tagliamo la testa noi”) e gli amorosi sforzi di Galliani che si muove perché un dossier dell’arbitro Paparesta sulla sua attività lavorativa all’AssoBioDiesel arrivi nelle mani del sottosegretario Gianni Letta.

Allora smettiamola, una volta per tutte, di raccontarci favole. I poteri erano altri, ed erano molto forti. Ma è finalmente arrivato il momento di prenderne coscienza, tutti quanti. E’ inaccettabile che vogliano ancora ingannarci su quanto è successo. E’ inaccettabile che ci propongano soluzioni di comodo. Noi vogliamo giustizia, e che sia giustizia integrale. A partire dalla restituzione dei due scudetti ingiustamente sottratti, fino alla certezza di una dura pena a chi, veramente, operava con modalità assai poco cristalline. La nostra battaglia, ora, è questa.

Emilio Cambiaghi per Ju29ro.com

Thursday, April 08, 2010

SENZA PUDORE...

Sottotitolo: "Non ci resta che piangere"

Ne ha scritte, il nostro calcio, di pagine tristi. L'ultima, in ordine di tempo, ci riporta a Calciopoli, quello scandalo che nell'estate 2006 ha restituito ai tifosi veri, agli amanti del pallone, la realtà dei fatti. Sembrava che la schiarita fosse definitiva, ma adesso, proprio quando l'inter è chiamata a lottare su tre fronti in una delle migliori stagioni della sua storia, improvvisamente il pentolone è tornato a bollire: Moggi ed il suo legale attaccano il club nerazzurro con nuove intercettazioni, ma non basta. Il pudore non esiste più, gli architetti di un sistema vomitevole che ha organizzato a tavolino le sorti della nostra Serie A negli ultimi anni, adesso attaccano con questa nuova farsa l'uomo più pulito, più umile, più vero che il calcio italiano abbia mai avuto in dono.

Giacinto Facchetti è l'inter. "Noi siamo Giacinto Facchetti", dice Luigi Garlando, ed è la pura verità: ne andiamo fierissimi, perchè a dispetto di quanto vogliono farci credere in questi ultimi giorni, Giacinto è stato l'uomo più rappresentativo per l'inter ma anche per l'italia intera. Capitano di mille battaglie anche in azzurro, uomo che con il sorriso limpido di un padre e con l'eleganza di un nobile ha saputo orchestrare da giocatore e da dirigente ogni manovra, con massima onestà. Chi, oggi, lo attacca perchè non può appigliarsi ad altro, è solamente un vigliacco. E' dal settembre del 2006, proprio l'anno dello scandalo di Moggiopoli, che il Gigante di Treviglio ci ha lasciati. Se n'è andato nel suo stile, Giacinto, in silenzio e con classe. E quanti sassolini si sarebbe potuto togliere dalle scarpe proprio nei suoi ultimi giorni di vita, ma quando sei un signore dentro c'è poco da fare: resti signore per sempre, fino all'ultimo respiro.

Anche se noi interisti lo sentiamo ancora presente, Giacinto Facchetti non c'è più, ed ora che il calcio italiano ha metabolizzato (loro, i marpioni, non noi che lo amiamo ogni giorno di più) la sua scomparsa, gli avvocati del signor Moggi hanno approfittato per attaccarlo. Non può difendersi, Giacinto: lui non c'è più, ci guarda dall'alto. Ed attaccare chi non può difendersi è la cosa più vigliacca che possa esistere: l'ennesima vergogna d'italia, la vergogna di un paese che non sa rispettare le sue vere figure rappresentative, e che nonostante tutto continua a lanciare in pompa magna la figura di chi ha rovinato il nostro calcio. Quello che sta accadendo è una mancanza, clamorosa, di rispetto nei confronti di Facchetti, della sua famiglia alla quale ci stringiamo, dell'inter, che oggi rappresenta il calcio italiano in Europa e come puntualmente accade quando va a gonfie vele, viene danneggiata da queste voci assurde, e a tutti noi tifosi. Stanno cercando di ingannare ciò che è sotto gli occhi di tutti, e stanno tirando in ballo chi non può difendersi, ma chi ha già dimostrato tutta la sua lealtà e la sua onestà fino all'ultimo secondo di vita.

Vergogna, vergogna davvero: noi interisti non ci stiamo, Giacinto Facchetti non si tocca. Cosa starà facendo lui? Probabilmente, ci starà scrutando da lassù con un sorriso, il suo sorriso sereno e limpido: la sua onestà è sotto gli occhi di tutti, quella dell'inter anche. "Non ci resta che piangere", signori: il calcio italiano è malato, sta morendo. E chi attacca in modo così schifoso Giacinto Facchetti, deve soltanto vergognarsi. E, probabilmente, dovrà anche scusarsi di fronte alla sua famiglia e a tutti noi, che lo difendiamo. Perchè Giacinto è il papà affettivo di tutti gli interisti, e nessuno deve toccarlo. Mai.

di Fabrizio Romano da TUTTOmercatoWEB

Friday, April 02, 2010

VUOI VEDERE CHE RIVINCIAMO I MONDIALI?

Dal Quotidiano "Libero" di giovedì 1 Aprile
di Fabrizio Biasin

L'articolo che segue è parecchio ambizioso e - detto fuori dai denti - a qualcuno darà fastidio. Ad altri invece piacerà, perchè racconta di una sporca faccenda iniziata 4 anni fa che andava da una parte e ora allarga i suoi orizzonti. Come per magia...
E, come per magia, vi diciamo "con tutta onestà" che il famoso "scudetto dell'onestà" assegnato all'inter nel 2006 potrebbe presto venire ritirato, congelato, sequestrato.

Andiamo per gradi. Il processo sportivo più famoso che c’è è conosciuto con più nomi: qualcuno se lo ricorda come “Moggiopoli” dal nome del signore che più degli altri ha ficcato le mani nel barattolo della "marmellata calcio" fino a rimanerne impiastricciato; altri preferiscono ricordarlo come “Calciopoli” senza però spostare di un millimetro lo sguardo dall’unico “colpevole”. Sempre Moggi, ovviamente. “Ma il tempo è galantuomo” diceva e ripeteva il signore in questione e, forse, aveva ragione lui.
Veniamo al succo. Alla luce delle ultime novità la verità è una sola: su Calciopoli esistono due verità:
  1. Moggi non è colpevole.
  2. Sono tutti colpevoli.
La solita storia, si dirà, ma ora ci sono le prove. E cioè, nel corso della stagione 2004-05 Moggi non era l’unico dirigente di club che scambiava confidenze con i designatori arbitrali, ergo, altri capoccioni si facevano i fatti loro con Bergamo e Pairetto. I nomi? Tra gli altri, Moratti, Facchetti, Galliani, Cellino.
Nella tabella qui sotto riportiamo il numero delle telefonate avvenute tra gli ex-designatori e i dirigenti in questione nel periodo Novembre 2004–Maggio 2005, e cioè quello relativo alle intercettazioni gestite dal colonnello Attilio Auricchio, messo a capo dell’inchiesta per scoprire magagne di ogni genere e ripulire il calcio italiano dal marcio.
Dice: com’è che ‘ste telefonate saltano fuori solo adesso? Ve lo spieghiamo e poi vi raccontiamo il contenuto di alcune simpaticissime conversazioni.












170.000 TELEFONATE

Esistono 170.000 telefonate intercettate, di queste solo una piccola parte sono state ascoltate e una ancora più piccola è arrivata alla fase cruciale della “trascrizione”. La gran parte di queste riguarda ovviamente Moggi e le sue chiacchere. La difesa dell’ex DG Juve si è presa la briga di comprare il “faldone dimenticato” (spesi 25mila Euro per accaparrarsi diversi preziosissimi cd) e nell’udienza di martedì 23 Marzo a Napoli ha posto la seguente domanda ad Auricchio: “Altri dirigenti chiamavano Bergamo e Pairetto?”. Risposta: “Si, ma gli altri chiamavano solo per fare gli auguri di Natale”. E ancora, Bergamo sul banco degli imputati: “Tutti mi chiamavano, esiste una telefonata in cui Facchetti si accorda per venire a cena da me prima di Livorno-inter”. Auricchio: “Non risulta…”. E il PM Narducci subito dopo: “Non risulta, non risulta… Sarà che lei aveva un’altra utenza…”. E invece risulta.

CENE E PARCHEGGI
Nell’intercettazione del 3 Gennaio 2005 alle ore 16:47 Bergamo invita a cena Facchetti. Due giorni dopo, mercoledì 5 (giorno caldissimo: oltre 1000 telefonate intercettate in totale), Facchetti chiama Bergamo. Sono le 18:33 e l’allora dirigente nerazzurro chiede delucidazioni: “Dove devo parcheggiare?”. Bergamo risolve celermente il problema. Una cena, niente di male, ma perché far finta di niente? Per la precisione Livorno-inter finisce 0-2 con due rigori assegnati ai nerazzurri (uno sbagliato da quel discolo di Adriano).
Tra gli altri Bergamo invita anche altre personalità del calcio e parla un po’ con tutti. Con Galliani, per esempio, perde un sacco di tempo tra il 28 Aprile e il 7 Maggio, settimana che precede Milan-Juventus (arbitro Collina). Per la cronaca vince la Juve 1-0. Nessun sospetto quindi, solo un sacco di telefonate. Curioso anche l’sms inviato da Pairetto allo stesso Galliani il giorno prima delle elezioni in Lega Calcio per scegliere il nuovo presidente: “In bocca al lupo per domani. Farò tifo da ultras”. E’ il 28 Novembre 2004, ore 17:46 (il tifo dell’ex designatore non basta: i presidenti “ribelli” guidati da Della Valle fanno saltare l’elezione del rossonero).
Ma evidentemente è Gennaio il mese in cui le cornette sono più roventi. Il giorno 10, per esempio, Bergamo chiama Moratti e chiede al nerazzurro chi preferisce avere tra Palanca o Gabriele, due giovani arbitri tra i più preparati e appena rientrati da una sospensione. Moratti è un signore e risponde che vanno bene entrambi (inter-Bologna di Coppa Italia del 13 Gennaio finisce 3-1. Arbitro Gabriele).

…E TUTTI GLI ALTRI…
Ma è sbagliato prendersela solo con Milan e inter (così come è stato un errore attaccare solo Moggi): nel calderone delle 170.000 intercettazioni ci sono confidenze tra Cellino e Pairetto (circa 65 telefonate), Cellino e Bergamo (un centinaio) e altri dirigenti e direttori sportivi. I contenuti sono ancora sconosciuti. Badate bene, non “misteriosi”, “sconosciuti”: il tempo di passare al setaccio tutte le telefonate e tutto verrà a galla. Toh, sembra di essere ritornati a quattro anni fa. Vuoi vedere che rivinciamo i mondiali?

Tuesday, December 15, 2009

BALOTINHO

da "Lastampa.it" del 15 Dicembre
Un anno fa Josè Mourinho catturava l’attenzione delle donne e del mondo dei media per il suo sguardo da bel tenebroso e per le sue smorfie da attore hollywoodiano. Adesso, invece, è addirittura furibondo ma non recita più nessuna parte: ce l’ha con il mondo e non riesce a controllarsi. Dov’è finito il tecnico dalla parlantina ricercata e brillante che regalava formazioni ai giornalisti? Se lo chiedono gli appassionati di calcio e se lo domanda soprattutto Massimo Moratti.

Mourinho non è in pace con se stesso, ha perso serenità e pure sicurezza. Litiga con gli arbitri, ma questa non è mai stata una novità. Negli ultimi tempi non riesce a sopportare soprattutto le critiche. Si sente in discussione e non capisce da dove provengano certe indiscrezioni. «Se mi cacciano dall’inter trovo una squadra quando voglio», ha tuonato prima di chiudersi la bocca. La frase è suonata indigesta alla società che gli versa regolarmente uno stipendio da dieci milioni di euro all’anno e non ha riscosso interesse presso i presidenti dei club europei.

Perez, ad esempio, non trova simpatiche le uscite dello Special One, a Barcellona si tengono stretto Guardiola: resta allora l’amata Inghilterra, ma anche lì le panchine eccellenti sono tutte occupate. Il Manchester United non ha nessuna intenzione di mettere alla porta Ferguson, il Chelsea non rinnega la scelta Ancelotti e ciò che resta viene considerato dal portoghese di secondo livello.

Mourinho si considera un fenomeno e non capisce perché l’Italia non abbia glorificato a dovere il suo talento. È convinto anche che dietro a certi commenti si nasconda una sorta di razzismo perché non è un allenatore italiano. Negli ultimi tempi, poi, ha iniziato a perdere consensi all’interno della struttura dove lavora. Un gruppetto di giocatori gli ha voltato le spalle raccontando a Moratti cose che dovrebbero restare nello spogliatoio. Mourinho ha iniziato ad avere l’ossessione delle spie e per combatterle ha provato a trasformare la Pinetina in un bunker.
Moratti è riuscito a farsi rispettare ma non a imporgli una linea politica-societaria. Lo Special One sul piano dialettico è sempre stato fin troppo autonomo: ha bocciato l’idea del patron di ritirare la squadra a Torino in caso di cori a Balotelli e si è messo in silenzio stampa a piacimento. Il presidente nerazzurro, quindi, è dovuto intervenire personalmente per risolvere situazioni imbarazzanti. Ha dovuto dovuto chiedere scusa a nome dell’inter a Andrea Ramazzotti del «Corriere dello Sport» che è stato aggredito senza motivo dopo Atalanta-inter. Il danno d’immagine per l’inter è rilevante: la procura federale ha addirittura aperto un’inchiesta. Moratti, ieri sera durante la consueta cena di Natale nella sua villa a Imbersago, ha parlato della vicenda con l’allenatore.

Ciò che preoccupa maggiormente è il fatto che il portoghese stia contagiando buona parte dello staff. Il mite Baresi, ad esempio, domenica se l’è presa con l’arbitro per l’espulsione di Sneijder. Una posizione che il presidente nerazzurro non ha condiviso: «Credo - ha detto davanti agli uffici della Saras - che Sneijder abbia commesso un’ingenuità». Poi c’è il capitolo giocatori. Come può il rabbioso Mourinho insegnare ai giovani l’educazione e dargli la serenità necessaria per giocare ad alti livelli? Il caso di Balotelli è quello più eclatante. Mario, che di per sé ha un carattere piuttosto vivace, avrebbe bisogno di avere vicino persone che gli diano il buon esempio.

Monday, August 24, 2009

TESTA DI MATERAZZI

Tuesday, July 28, 2009

L'inter VINCE ANCHE LO SCUDETTO DEI DEBITI

Dal Sole 24 Ore del 27 Luglio 2009

Il derby inter-Milan non si potrebbe disputare in serie C. Il club nerazzurro non soddisfa i parametri patrimoniali per l'iscrizione a quella che oggi viene moderatamente denominata "Lega Pro". Mentre i milanisti vi rientrerebbero per il rotto della cuffia. Ma né alla prima né alla seconda divisione potrebbero partecipare, come anche altri club di serie A e molti di B. A meno che le proprietà non mettano mano al portafogli. Una prassi che però non è più così scontata neanche dalle parti di Milano come hnno palesato le recenti cessioni di pezzi pregiati dell'argenteria di famiglia (da Kakà a Ibrahimovic).
Tra i paradossi (ma fino a un certo punto) del calcio italiano c'è anche questo: in pratica, i criteri per essere ammessi ai tornei più prestigiosi (Ae B) sono meno rigidi di quelli richiesti per le categorie minori. Così si spiega il fatto che società appena retrocesse dalla B alla Lega Pro (vedi Avellino , Pisa e Treviso) si scoprano - anche a causa di gestioni non proprio lungimiranti - non in grado di onorare i requisiti economici del troneo di rango inferiore e ne siano escluse.
Dalle norme di ammissione alla stagione 2009/2010 emanate lo scorso anno dalla Figc emerge un doppio filtro: tutte le società devono dimostrare che il capitale sociale non sia stato eroso per oltre un terzo dalle perdite e non sia sceso quindi sotto il minimo legale, nonché di essere in regola con i pagamenti di ingaggi e stipendi, delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e delle imposte (Ires, Irap e Iva) degli anni 2003, 2004, 2005, 2006, 2007; solo le società appartenenti alla Lega Pro invece sono tenute a depositare una fidejussione bancaria di 100mila euro e, soprattutto, a provare l'avvenuto rispetto del parametro "Pa", vale a dire di vantare un rapporto tra patrimonio netto e attivo superiore a 0,08. L'applicazione di questo parametro da parte della Covisoc (Commissione di vigilanza sulle società di calcio) ha appunto determinato l'espulsione di qualche settimana f, dalla Lega Pro, di otto formazioni: Avellino, Pisa, Treviso, Venezia, Biellese, Ivrea, Pistoiese e Sambenedettese. Giovedì prossimo saranno decretati i ripescaggi per ripristinare la griglia di partenza di 90 team.
Ma il presidente della Lega Pro, Mario Macalli, ha denunciato l'incongruenza dei requistiti contabili, invocando maggiore uniformità. "Servono regole uguali per tutti. Se applicassimo il nostro rigore in serie B ne verrebbero messe fuori parecchie di squadre", ha tuonato al termine dell'ultimo Consiglio federale. Ottenendo, per ora, solo generiche rassicurazioni dal presidentedella Federcalcio Giancarlo abete ("come in tutte le aziende, non bisogna guardare solo ai debiti ma anche ai crediti", ha detto). Le società di A e B che hanno certo altri ftturati e altri giri d'affari - ma anche ben altre uscite e debiti (Dagli ultimi bilanci depositati delle 20 società di serie A emerge un indebitamento complessivo di quasi 2 miliardi di euro) - rispetto alla ex serie C, devono semplicemente depositare all'organo di vigilanza un budget preventivo che che asseveri la sostenibilità della gestione. Se però i conti dei club che militano nelle serie meggiori fossero esaminate con la stessa lente riservata a quelli della Lega Pro, sarebbero molti a ritrovarsi off-side.
Stando agli ultimi bilanci approvati dalle società della massima divisione, per esempio, non sono in linea con il parametro "Pa", oltre all'inter campione d'Italia, la matricola Bari, il Siena e il Genoa. Il Milan è appena sopra la line di galleggiamento, così come il Chievo e la Sampdoria. La torta dei diritti televisivi collettivi che dal 2010 dovrebbe assicurare entrate per almeno 900 milioni di euroall'anno dovrebbe tuttavia tranquillizzare i tifosi , a patto che i manager sappiano resistere alle pressioni delle piazze più esigenti e perseverare nella linea dell'"autarchia".
Molto peggio vanno le cose in B, dove su 22 società sono 8 quelle con un parametro "Pa" deficitario e cinque quelle "salve" per un soffio. E se davvero oggi sarà sancita la nascita di una Superlega di A, il rischio di una deriva (finanziaria e non solo) per la cadetteria si fa sempre più alto.

Tuesday, July 21, 2009

LAPO FOR PRESIDENT

Saturday, June 13, 2009

MOGGI VIENE ASSOLTO MA I MASS MEDIA SE NE FREGANO...

Un giudice che assolve me e l’ex arbitro Massimo De Santis “perché non c’è stato illecito sportivo” non è stato considerato rilevante dalla grande massa dei media. Un motivo in più per ringraziare chi ha voluto invece darne notizia, come Tuttosport in buona evidenza e Fulvio Bianchi nella sua rubrica “Spy calcio” su Repubblica.it. Detto in breve undici tifosi del Lecce avevano chiesto i “danni patrimoniali” in relazione alle partite Lecce-Juventus e Lecce-Parma del campionato 2004-2005, entrambe arbitrate da De Santis, per presunta combine. Il giudice, avv. Cosimo Rochira, ha stabilito che “non c’è alcun nesso di casualità tra l’asserito illecito e il danno richiesto”, precisando anche che “le sentenze sportive non sono utilizzabili trattandosi di giudizio diverso rispetto a quello ordinario” e che a loro volta “le intercettazioni telefoniche richiamate nel corso del giudizio non sono utilizzabili in un procedimento diverso da quello nel quale esse sono state disposte”. E su quest’ultimo punto Tuttosport ricorda che di intercettazioni non ce ne sono proprio per Lecce-Juventus”. “Due motivazioni importanti”, secondo Bianchi su Spy calcio che si chiede “se possano fare giurisprudenza nel processo di Napoli”, concludendo che “intanto sia Moggi che De Santis portano a casa una vittoria”. Sarà per questo che sulla sentenza è calato il silenzio. In sostanza il 14 maggio 2009 il sottoscritto è stato assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di combine insieme ad un arbitro nelle partite Lecce-Juventus e Lecce-Parma. Provate ad immaginare cosa sarebbe successo nel caso in cui fossi stato condannato…Tra una notizia ed una barzelletta, sul sito de LA STAMPA.IT , l’inossidabile Beccantini il 10 giugno ha bacchettato il signor Facchetti Jr.: “Spero di leggere un giorno o l’altro un articolo di Gianfelice Facchetti contro Giuseppe Gazzoni Frascara, ex patron del Bologna, di recente rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta del club felsineo, che continua ad accusare suo padre di aver fornito alla Reggina 'l’agenzia sbagliata' per iscriversi al Campionato. Non ho fretta... E a dire il vero nemmeno io....."

Thursday, March 19, 2009

UNA STAGIONE DI SUCCESSO

Vi raccontiamo una storia.
Il presidente di una società di calcio (che chiameremo "inter") licenzia l’allenatore con il quale da qualche anno vince regolarmente (si fa per dire) scudetto e coppa italia. L’allenatore ha un contratto che lo lega all'inter per altri 4 lunghi anni a 6 milioni l’anno, euro più euro meno.
Il presidente sa bene che dovrà scucire la bellezza di 24 milioni se questi non troverà un’altra sistemazione prima della scadenza del contratto (cosa assai improbabile visto che di allenatore schiappa trattasi), ma è la coppa dei campioni che il presidente vuole vincere ad ogni costo e, pur di realizzare il sogno della vita, il presidente decide di correre il rischio. Il presidente è mosso anche dal desiderio di dimostrare a tutti, ma soprattutto a se stesso, di essere bravo come suo padre che, da presidente dell'inter, quella coppa l’aveva vinta 40 e rotti anni prima per ben 2 volte.
Il presidente ingaggia un nuovo allenatore, uno dei migliori sulla piazza, un allenatore, si dice, “speciale”, che qualche anno addietro, con una squadra assai più scarsa di quella che gli viene offerta ora, è perfino riuscito a vincere la fatidica coppa dalle lunghe orecchie. E’ l’uomo che ci voleva!
Ma, può un allenatore “speciale”, ingaggiato per un obbiettivo “speciale”, chiedere uno stipendio “normale”?
Certamente no! Detto fatto. Lo stipendio speciale è di 12 milioni che sommati ai 6 dell’allenatore schiappa fanno 18 milioni/anno.
Per giunta lo speciale convince il presidente ad investire 50 nuovi milioni di euro in giocatori "assolutamente indispensabili" per la realizzazione del sogno. Ma su questo punto non ci dilungheremo, sappiamo come è finita... e poi ognuno ha i propri Almiron, Andrade etc.
Iniziano le danze e la squadra dello speciale, quella da 18 milioni/anno per intenderci, vince regolarmente in campionato (si fa sempre per dire) come quando la allenava la schiappa da 6 milioni.

E la realizzazione del sogno?... Eccola:

Fase a gironi
Panathinaikos – inter 0-2
Inter – Bremen 1-1
Inter – Anorthosis 1-0
Anorthosis – inter 3-3
Inter – Panathinaikos 0-1
Bremen – inter 2-1

Ottavi di finale
Inter – Manchester United 0-0
Manchester United – inter 2-0
... e inter A CASA!

Se voi foste il presidente, anzi, se oltre ad essere il presidente foste anche un imprenditore, come la definireste questa stagione: "una stagione di successo?”

Sunday, March 15, 2009

LIPPI E L'inter

Monday, March 02, 2009

Sunday, February 22, 2009

Tuesday, February 10, 2009

PORCACCIO GIUDA

Monday, January 26, 2009

Saturday, January 10, 2009

MOGGI CONDANNATO. PER MANCANZA DI REATI

RENATO FARINA
da Libero di Venerdì 9 Gennaio 2009

Moggi Padre: diciotto mesi di carcere. Moggi Figlio: quattordici mesi. Se ci fosse stato in giro anche un Moggi Spirito Santo un annetto glielo appioppavano pure a lui. Gli altri: assolti. La clamorosa inchiesta romana che doveva decretare l’esistenza del calcio come sistema mafioso dominato da Moggi è finita nella condannuccia per reati da bar sport: violenza privata e minacce. Infatti Moggi padre (e un po’ anche il figlio) avrebbero costretto un calciatore a giocare per meritarsi un aumento di stipendio, e avrebbero fatto sapere a un altro che l’allenatore non lo voleva e se non accettava il trasferimento sarebbe finito in tribuna. (Non è passata invece l’accusa orribile del calciatore Fabrizio Miccoli, il quale si era lamentato coi giudici perché una volta la squadra lo aveva dimenticato in pullman: per una condanna forse occorreva almeno lo abbandonassero a un autogrill).

Dimenticavo un’avvertenza: spogliarsi per un attimo delle sciarpe colorate della propria squadra di appartenenza calcistica. Ho fatto fatica anch’io: sono iscritto all’inter club. Resto dell’idea che la Juve abbia rubato due scudetti, come hanno fatto anche il Milan e la Roma, sin dai tempi di Mussolini; invece l’inter se li è meritati tutti, anche quando Italo Allodi aveva cura degli arbitri nell’evo di Herrera. Però basta così. Qui c’è di mezzo una tragedia.

Ho letto e riletto le intercettazioni, ho seguito il processo. Parlo di Luciano Moggi: non lo sopportavo anch’io, come ogni interista che si rispetti. Ma se il rigore non c’è, non c’è. E a lui è stato confezionato, prima di qualsiasi valutazione seria dei fatti, il pigiama a righe del delinquente. Va così. Di tanto in tanto serve il cinghiale espiatorio, per ricominciare peggio di prima. Ma la civiltà è dire che non si fa. Invece anche stavolta si è fatto. Si è sdraiata la bestia sul tavolaccio, ma poi proprio non si poteva tagliargli la gola a causa dell’insussistenza assoluta di prove e di indizi. Allora si è deciso per salvare la faccia alla giustizia, che ha speso montagne di denari, di ferire Moggi un tantinello alla guancia. Tanto chi vuoi che protesti? Trattasi di Moggi. È cattivo per definizione mitologica. Sacrifichiamo lui che ci si deve essere fatto il callo. Ovvio: per il Bene della Causa. Anzi: delle Cause. Quella della casta giudiziaria. E quella dei moralizzatori del calcio, specie i bravi giornalisti sportivi, i quali intravedevano un mondo tenuto alle redini dai loro articoli alla candeggina. I risultati saranno, andando avanti in questa maniera, la rovina proprio della magistratura e l’assassinio del calcio pur di far fuori Moggi.

Sei cross per chi ha buona testa
Tento qui di produrre alcune non dico idee, non esageriamo, ma qualche cross per chi abbia una buona testa.

1) Questo processo è stato basato su un’imponenza di intercettazioni mai vista, pubblicate e sceneggiate in tivù come antecedente fumogeno per preordinare la colpevolezza. Non importa cosa c’entrino: ci sono, creano l’alone del mostro. Più alcuni testimoni. Eccoli, arrivano. Il principale accusatore è stato un dirigente della Roma, poi finito al Real Madrid e infine alla nazionale inglese, Franco Baldini. È lui a denunciare il sistema Moggi-Gea. E a proporre la presunta pistola fumante: il caso di Giorgio Chiellini, oggi in nazionale. Secondo Baldini l’allora terzino sarebbe dovuto finire alla Roma, ma il presidente del Livorno gli disse… Mi accorgo che sto entrando nei particolari. Mi fermo. Il pettegolezzo e un evidente rancore personale basta a dimostrare che c’era una mafia, una ragnatela di schiavismo? Non era credibile. Ad accusare ci sono stati poi dei procuratori, ma si capiva che prevaleva l’invidia e forse il desiderio di far fuori la concorrenza per mano dei giudici. Ci sono stati poi calciatori, oltre il doloroso caso di Miccoli, che hanno denunciato queste tremende violenze: «Se non firmi, finirai per giocare nel giardino di casa tua». Mamma mia.

2) Persino il pubblico ministero ha implicitamente riconosciuto che la sentenza di assoluzione dall’accusa di associazione a delinquere era uscita a pezzettini. Ha dovuto ammettere: «I calciatori non hanno collaborato, fanno parte del sistema». Ma come? È stato proprio il sistema che per durare ha fatto fuori Moggi. Semmai il fatto che tanti calciatori, pur sospinti dalla Gazzetta dello Sport e dai dirigenti del nuovo tipo, si siano rifiutati di alimentare le accuse prova come questo processo sia stato una fiera delle vanità accusatorie. A loro conveniva adeguarsi al nuovo corso. Invece sono stati leali. Che senso ha attaccarli come omertosi per di più da uno stimato pm? Se ha le prove persegua. Se no taccia.

3) Come si fa a non capire che era “necessaria” almeno una piccola punizione? Si era mosso il mondo. Un’assoluzione generale avrebbe finito per palesare la ridicolaggine di una dissipazione di denaro e di energie della giustizia per esaminare delle pinzillacchere. Ed ecco la condannuccia. Non abbiamo alcun dubbio sulla buona fede e la competenza tecnica e morale del tribunale di Roma. Ma se si rivedono gli episodi alla moviola, il rigore fischiato contro Moggi non c’era e non meritava l’espulsione. Forse gli arbitri (del tribunale), di certo onesti e preparati, inevitabilmente soffrono – roba inconscia – di una sudditanza psicologica verso le potenze dominanti. Se avessero accettato come prova gli errori degli arbitri (di calcio), e le complicazioni contrattuali (dei calciatori) per documentare l’esistenza di una cupola, dovrebbero perseguire i nuovi capi mafia. Dato che errori e complicazioni perdurano. E allora? Ecco la minicondanna.

4) Le violenze. Esaminiamo i casi dei calciatori-vittime (presunte). Nicola Amoruso (attuale attaccante del Torino). Alla fine del campionato 2001-2002 Carlo Ancelotti fa sapere di non volerlo più alla Juventus. Moggi convoca Amoruso e gli dice: qui non hai spazio, ti conviene accettare il trasferimento al Perugia, se no finisci in tribuna e non giochi. Amoruso alla fine accetta, e si becca pure un aumentone di stipendio. È violenza, è minaccia? Mobbing contro un miliardario? Ma va’. Altro caso. Manuele Blasi (oggi centrocampista del Napoli). La Juve lo presta al Parma. Lì risulta positivo al doping: otto mesi di squalifica. Rientra alla Juve nell’estate del 2003, non proprio in pompa magna. E subito Stefano Antonelli, a nome di Blasi, incredibilmente telefona: vuole per il suo assistito aumento e proroga del contratto. Moggi dice: niente da fare, con te non parlo, prima il giovanotto deve dimostrare di meritarsi sul campo soldi e nuovo contratto. Il mediano gioca bene, ottiene l’una e l’altra cosa. Testimonierà a favore di Moggi. Il giudice prende invece sul serio la testimonianza di Antonelli.

Partorito un “moggiolino”
5) La sentenza dice che Moggi non è il Padrino. E finisce per sostenere che l’allora direttore sportivo della Juventus alla fine ha agito – secondo loro esagerando con le parole - solo negli interessi della Juve: obbedendo all’allenatore (Ancelotti lo ha testimoniato al processo) e consentendo risparmi sugli ingaggi. Persino insegnando ai calciatori come si sta al mondo. Sarebbe facile essere generosi con i soldi degli altri. A questo punto la Juventus dovrebbe proporlo per una medaglia, invece di scaricarlo. Ma anche la Lega Calcio e la Federcalcio dovrebbero difenderlo. Nella sentenza è insito un precedente pericoloso per ogni società di calcio: dire no a un calciatore, spiegargli che è bene – non per noccioline – cambiare squadra, può diventare causa di condanna al carcere. Vuol dire che i calciatori oltre ad essere padroni di conti in banca milionari potranno esercitare un ricatto formidabile verso le squadre. Avanti, ci aspettiamo un pacco di denunce.

6) Riflessione extra-Moggi. Era ovvio si sarebbe arrivati comunque a una condanna. È tale il legame oggettivo che lega i pubblici ministeri e i giudici di merito che lavorano nello stesso palazzo e appartengono al medesimo sindacato e rispondono allo stesso Csm, che inevitabilmente quando c’è molto rumore di stampa e molti denari spesi nell’inchiesta, si finisce per condannare almeno un pochino, oppure assolvere e in parte prescrivere (vedi Andreotti). In questo modo l’immane macchina almeno può dire di aver partorito un moggiolino.

È chiaro a tutti che occorre la separazione delle carriere dei magistrati, oppure bisogna aspettare l’altro processo al calcio, quello di Napoli?

Monday, January 05, 2009

LA VERA STORIA DEL PASSAPORTO DI RECOBA

Il documento falso venne pagato ottantamila dollari: i vertici della società erano stati informati da Oriali
Da Libero del 18 Ottobre 2006

Pubblichiamo ampi stralci della sentenza della Commissione disciplinare della Lega Calcio relativi al "caso Recoba passaporto falso", che il 27 giugno 2001 stabilì le seguenti pene: squalifica fino al 30 giugno 2002 per Alvaro Recoba, inibizione fino al 30 giugno 2002 per Gabriele Oriali, inibizione fino al 31 marzo 2002 per Franco Baldini, oltre a una sanzione di due miliardi di lire per la società nerazzurra. Ma questo è solo il primo atto dell'intricata vicenda. La pena per il giocatore venne confermata dalla Commissione d'appello federale e ridotta a quattro mesi dalla Camera di conciliazione del Coni (sanzione pecuniaria per la società ridotta a soli 1,4 miliardi di lire). Il 25 maggio 2006 Recoba e Oriali hanno patteggiato sei mesi di reclusione (sostituiti con una multa di 21.420 euro) in sede penale, richiesta accolta dal gip del Tribunale di Udine. Nell'inchiesta, divisa in vari filoni, furono coinvolte trentuno persone, fra le quali dodici calciatori di Milan, Roma, Lazio, Sampdoria, Udinese e Vicenza. Sul sito www.legacalcio.it/comun/0001/cu507 è possibile consultare, per tutti gli interessati alla vicenda, il comunicato ufficiale nella sua interezza.

L'esame del merito richiede una premessa in ordine all'oggetto dell'accertamento demandato a questa Commissione, che non può riguardare direttamente l'autenticità, ovvero la contraffazione del passaporto italiano del calciatore Recoba Rivero Alvaro apparentemente emesso dalla Questura di Roma il 9 novembre 1998, essendo tale materia ovviamente riservata al giudice penale. Dagli atti del procedimento emergono circostanze univoche, concordanti ed incontrovertibili che consentono di affermare (pur prescindendo dal rilievo, desumibile dalla documentazione acquisita ed evidenziato nell'atto di deferimento, che il passaporto italiano del calciatore non risulta essere mai stato rilasciato dalla Questura di Roma) che il Recoba non aveva alcun titolo al rilascio di un passaporto italiano per assoluta inesistenza in capo allo stesso dei presupposti indispensabili, ed in primo luogo del diritto alla cittadinanza italiana. A siffatta conclusione si perviene, anche a tacere per il momento dei riscontri probatori e delle argomentazioni logiche che verranno approfondite esaminando le singole posizioni degli incolpati, sulla base delle sole dichiarazioni rese dal calciatore all'Ufficio indagini ed alla Procura della Repubblica di Udine. In sintesi, il Recoba ha riferito di aver preso per la prima volta in considerazione la possibilità di diventare cittadino comunitario al suo rientro presso l'internazionale dopo un periodo di permanenza in prestito al Venezia. In tale occasione egli chiese notizie al proprio padre il quale gli precisò che la famiglia aveva "antenati nelle isole Canarie". Le ricerche svolte in quella direzione, dapprima da un collaboratore del procuratore Casal, tale Daniel Delgado, e poi da uno studio legale spagnolo incaricato allo scopo dalla Soc. internazionale, non approdarono ad alcun risultato: riferisce infatti il Recoba che la ricerca era "lunga e difficile". Il calciatore ha inoltre escluso di aver mai svolto alcuna pratica od inoltrato alcuna richiesta tendente al rilascio di un passaporto italiano. BENEFICI ILLEGALI PER IL CALCIATORE Non è necessario spendere ulteriori parole per concludere che il passaporto italiano consegnato al Recoba in Roma nel settembre 1999 non corrisponde né alla cittadinanza uruguaiana di cui il calciatore era in possesso dalla nascita né a quella spagnola che egli avrebbe eventualmente potuto conseguire "jure sanguinis", se le ricerche svolte il Spagna per l'individuazione di antenati spagnoli avessero avuto esito positivo. E sotto il profilo soggettivo si può anche tranquillamente affermare che in nessun caso il calciatore avrebbe potuto confidare nella veridicità "ideologica" del passaporto italiano che gli venne consegnato alla Borghesiana il 12 settembre 1999 dall'Oriali. In linea generale, e fatto salvo l'accertamento delle singole responsabilità, è innegabile che l'uso di tale passaporto al fine ottenere la variazione di status federale del calciatore, con la consapevolezza che il documento non poteva essere genuino perché incompatibile con la cittadinanza non italiana del Recoba, costituisca grave violazione dei principi di lealtà, probità e rettitudine alla cui osservanza sono tenuti tutti i destinatari delle norme federali, come dispone l'art. 1 comma 1 del C.G.S. Si tratta infatti di utilizzare mezzi scorretti, o addirittura fraudolenti, al fine di ottenere il riconoscimento di un titolo non spettante, traendone un indebito vantaggio. È superfluo il sottolineare, in proposito, che il fatto di diventare "comunitario" ha recato benefici non solo economici sia al calciatore, quanto meno sotto il profilo della libertà assoluta di circolazione del tesserato nell'ambito delle Federazioni comunitarie, sia alla Società di appartenenza, per una migliore utilizzazione dell'organico disponibile (...). Passando all'esame delle singole posizioni, non sussistono dubbi sull'affermazione della responsabilità di Recoba Rivero Alvaro. Si è già detto che dagli atti non è desumibile alcuna valida ragione che consentisse al calciatore di credere nella genuinità del passaporto italiano in questione e, in particolare, non merita alcun credito l'affermazione del Recoba, allorchè sostiene di non aver rilevato l'anomalia della data di emissione del documento, anteriore di quasi un anno rispetto al momento della consegna dello stesso da parte di Oriali, o quando afferma di non aver notato che nel passaporto gli era stata attribuita una residenza romana mai esistita e meno ancora quando dichiara di non aver dato alcun peso alla circostanza che sul passaporto era applicata una sua fotografia di cui egli non aveva alcun ricordo e che non gli risultava comunque di aver consegnato ad alcuno. IL COINVOLGIMENTO DI BALDINI La difesa ha sostenuto che la condotta del Recoba dovrebbe ritenersi scriminata in considerazione della sua inesperienza ed ingenuità, dovute all'età giovanile, nonché della mancata conoscenza da parte sua di tutto quanto attiene a leggi, regolamenti, pratiche amministrative e burocratiche; tutti elementi questi che ne dimostrerebbero l'inconsapevolezza riguardo all'illiceità del suo tesseramento federale come cittadino comunitario. Ad avviso della Commissione l'asserita inconsapevolezza del Recoba è irrimediabilmente smentita dalle circostanze di fatto sopra richiamate, la cui rilevanza non può essere contrastata ed esclusa soltanto in ragione dell'età del calciatore. E' notorio, infatti, e risulta dagli atti che il Recoba, seppure innegabilmente giovane, ha maturato esperienza in vari campi attraverso spostamenti e viaggi intercontinentali, trattative contrattuali di rilevanza economica, contatti con procuratori sportivi ed iniziative anche nella specifica materia dell'acquisizione di una determinata cittadinanza (si vedano la richiesta di informative al proprio padre, l'affidamento della pratica a uno studio legale spagnolo). Pertanto non mancano a Recoba l'intelligenza, la maturità e l'esperienza necessarie per comprendere che i passaporti non si materializzano dal nulla e che la trasformazione del suo status federale da extracomunitario a comunitario era irregolare. La sconcertante faciloneria con cui Recoba, sebbene "stupito" di aver ottenuto un passaporto italiano, se ne è servito perché gli conveniva acquisire lo status di comunitario, assume, alla luce delle considerazioni sopra svolte, un significato probatorio decisivo ai fini dell'accertamento della partecipazione attiva e pienamente consapevole del tesserato alla realizzazione dell'illecito. Quanto al sig. Gabriele Oriali risulta dagli atti che questi, all'inizio della collaborazione con l'internazionale a giugno 1999, apprese che la Società aveva interesse alla variazione di status del Recoba da extracomunitario a comunitario e che a tal fine era stato interessato uno studio legale spagnolo, le cui ricerche si erano però arenate, trattandosi di pratica complicata che richiedeva in ogni caso, tempi molti lunghi. Risulta altresì che l'Oriali si interessò della questione Recoba assumendo concrete iniziative finalizzate al conseguimento della variazione di status del calciatore, prendendo contatto con il Baldini per conoscere "come facevano alla Roma per i passaporti" e chiedergli l'indicazione di qualcuno che potesse aiutare l'internazionale a modificare lo "status" del Recoba. Avuto dal Baldini il nominativo del Krausz (da lui peraltro già conosciuto), l'Oriali si attivò per l'avvio della "pratica", seguendone poi lo svolgimento sino alla conclusione. Egli provvide infine a consegnare al Recoba, il 12 settembre 1999, il passaporto italiano che gli era stato appena fornito dal Krausz. A carico dell'Oriali gravano elementi di accusa, costituiti da circostanze di fatto accertate e da argomentazioni logiche deducibili dagli atti, così precise, articolate e stringenti da dimostrarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio. In particolare: a) fu l'Oriali a ricevere il passaporto dal Krausz. Prima di consegnarlo a Recoba, egli ebbe modo di esaminarlo e di rilevare che la data di emissione risaliva al 9 novembre 1998, cioè quasi un anno prima del giorno della consegna. La circostanza è confermata dal Krausz, la cui deposizione all'Ufficio Indagini va ritenuta attendibile, per essere stata rilasciata spontaneamente da persona non tesserata e conseguentemente non obbligata a fornire informazioni agli Organi federali della Figc. La spiegazione di tale anomalia, che il Krausz dice di aver fornito all'Oriali ("Commentammo il fatto che il passaporto risultava rilasciato con una data anteriore ma a me era stato spiegato con la circostanza che trattasi di documenti facenti parte di un gruppo "riservato a casi particolari") è sintomatica della consapevolezza da parte dell'Oriali in ordine alla irregolarità del rilascio del passaporto; b) Oriali ebbe anche modo di rilevare, esaminando il passaporto, che dal documento Recoba risultava residente a Roma, circostanza non corrispondente al vero, e che sul passaporto era applicata una fotografia del Recoba di cui egli "non sapeva nulla"; c) fu l'Oriali ad incaricare Krausz dello svolgimento della "pratica" in Argentina e ad autorizzare, dopo aver ottenuto l'assenso della Società, il versamento della somma di 80.000 dollari pretesi (cfr. le dichiarazioni sul punto del Krausz) dalla Liliana Rocca quale compenso per l'ottenimento del passsaporto; d) fu l'Oriali a promuovere un incontro con Baldini, alla presenza del Ghelfi, nel corso del quale venne chiesto al Baldini di assumersi tutta la responsabilità dell'operazione, e di emettere fattura a proprio nome dei costi "dell'operazione Recoba"; e) l'Oriali, essendo a conoscenza dei precedenti infruttuosi tentativi svolti in Spagna per il conseguimento della cittadinanza comunitaria del calciatore, non poteva confidare nella correttezza e regolarità di un passaporto italiano di Recoba ottenuto in Argentina da una non meglio precisata "agenzia", in tempi a dir poco fulminei, dal momento che egli ben sapeva che da parte di Recoba non era stata presentata ad alcuna autorità italiana la domanda di rilascio del passaporto. Né egli poteva, in base alla logica ed alla comune esperienza, considerare serie e fondate le generiche e fumose assicurazioni fornitegli dal Krausz, anche tramite Baldini, che "tutto era regolare". L'affermazione dell'incolpato, di non essere stato consapevole della pretesa illegittimità del documento e di non aver dubitato della correttezza delle persone alle quali aveva affidato, per conto della Soc. internazionale, lo svolgimento della "pratica", si riduce a mera allegazione difensiva priva di effettivo riscontro, che non intacca minimamente il completo e convincente quadro probatorio raccolto a suo carico. Deve quindi essere affermata la responsabilità disciplinare del sig. Gabriele Oriali. Per quanto attiene al sig. Franco Baldini è pacifico in atti che questi venne interpellato dall'Oriali, il quale gli chiese se conoscesse una persona in grado di verificare l'esistenza delle condizioni necessarie per modificare lo status del Recoba da extracomunitario a comunitario. Il Baldini avrebbe indicato il Krausz (che l'Oriali già conosceva personalmente) ritenendolo adatto al compito sia perché questi in precedenza si era occupato di vicende analoghe, sia perché la moglie dello stesso collaborava con uno studio legale argentino. Dopo aver indirizzato Oriali al Krausz, il Baldini non si sarebbe più interessato direttamente al caso, limitandosi in alcune occasioni a fungere da tramite tra Krausz ed Oriali, poiché gli stessi avevano difficoltà di mettersi in contatto tra loro. La difesa ha sostenuto che la marginale attività del Baldini, limitatasi alla "presentazione" di Krausz ad Oriali (salvo sporadici e non significativi interventi di mero collegamento tra i due) ne escluderebbe il coinvolgimento nella vicenda del passaporto Recoba. Osserva la Commissione che dagli atti si evincono numerose e concordanti circostanze che conducono al convincimento che il Baldini ebbe nella vicenda un ruolo ben più rilevante ed efficientedi quello di semplice tramite. In particolare: a) tra il Baldini ed il Krausz esisteva un rapporto di collaborazione, nel senso che il primo aveva offerto al secondo, in un momento di difficoltà economica, l'opportunità di collaborare con il suo studio, operando in Argentina ove dimorava avendo sposato un'argentina; b) il Baldini, proprio in virtù del rapporto di collaborazione di cui sopra, doveva ben conoscere la natura delle pratiche svolte dal Krausz in Argentina, l'inconsistenza delle vantate conoscenze ed esperienze presso agenzie e consolati e della altrettanto vantata possibilità di intervento della moglie nella veste di collaboratrice di uno studio legale (il Krausz ha dichiarato di aver reperito l'indirizzo di una "agenzia seria" attraverso depliant distribuiti a scopo pubblicitario, di fronte ad un Consolato e mai ha fatto cenno ad una qualsivoglia partecipazione della propria moglie alla vicenda); c) risulta dagli atti che il Baldini costituì un punto di riferimento costante per lo svolgimento della "pratica" trasmettendo al Krausz la documentazione relativa al Recoba, smistando le comunicazioni via fax tra Oriali e Krausz ed infine - circostanza questa alquanto sintomatica - comunicando ad Oriali, circa 45/60 giorni dopo il primo contatto, che la ricerca era stata positiva e che tutto era a posto affinchè il Recoba divenisse comunitario - Al riguardo, le asserite difficol tà di contatto telefonico tra il Krausz ed Oriali non sono credibili poiché il Krausz riferisce di aver telefonato direttamente ad Oriali per tenerlo al corrente dell'andamento della pratica in varie occasioni, non ultima quella relativa alla richiesta del bonifico bancario. Se ne deduce logicamente che le notizie importanti, come indubbiamente era quella della "conclusione delle ricerche", dovevano passare attraverso il Baldini e che competeva a quest'ultimo comunicarle all'Oriali; d) Oriali si rivolse a Baldini e non a Krausz per accertarsi che "tutto fosse regolare" e fu il Baldini a fornire le assicurazioni del caso; e) nel maggio 2000 il Baldini fu convocato ad un colloquio con Oriali e Ghelfi, nel corso del quale gli venne chiesto di assumersi tutte le responsabilità del passaporto di Recoba e addirittura di fatturare a proprio nome le relative prestazioni. Tale tentativo di coinvolgimento del Baldini da parte dell'internazionale non avrebbe evidentemente alcuna giustificazione logica, se egli si fosse limitato a "dirottare" Oriali verso Krausz. Né appare credibile la versione difensiva circa le motivazioni di rispetto quasi reverenziale che avrebbero indotto il Baldini ad accettare comunque il colloquio con gli esponenti dell'internazionale. In base ai suddetti elementi, la Commissione ritiene che debba essere dichiarata la responsabilità del Baldini, risultando pienamente provati il diretto e consapevole coinvolgimento nella realizzazione dell'illecito e l'efficacia causale dell'attività posta in essere per il conseguimento del fine. RESPONSABILITÀ OGGETTIVA PER L'inter Al sig. Rinaldo Ghelfi, amministratore delegato della Soc. internazionale, viene contestata la partecipazione alla illecita condotta posta in essere dai tesserati della sua Società, Recoba ed Oriali in concorso col Baldini e con terzi non tesserati. Peraltro, dagli accertamenti svolti in sede di indagini risulta un intervento diretto del Ghelfi nella vicenda soltanto nel maggio 2000, momento in cui era divenuta di pubblico dominio la notizia di possibili irregolarità riguardanti il conseguimento dello status di comunitario da parte del calciatore della Lazio Veron. Il Ghelfi, volendo essere certo che non vi fossero anomalie nella analoga pratica di Recoba, chiese chiarimenti ad Oriali e partecipò al noto incontro con lo stesso Oriali ed il Baldini. Tale condotta del Ghelfi, di per sé, non appare disciplinarmente rilevante, sia perché avvenuta in epoca successiva alla modifica dello "status" del Recoba, sia perché priva di valore probatorio significativo ed univoco in ordine alla consapevolezza del Ghelfi circa l'irregolarità della posizione del Recoba. Su tale circostanza sussistono certamente forti dubbi, dal momento che Oriali - non essendosi attivato per il passaporto di Recoba a titolo meramente personale - deve aver tenuto informati i vertici della Società sull'andamento della pratica. Dagli atti risulta che almeno in due momenti Oriali deve essersi consultato con i propri superiori: il primo quando si trattò di dare il "via" alla pratica in Argentina ed il secondo quando si trattò di effettuare su indicazione di Krausz, il bonifico di 80.000 dollari, che doveva essere autorizzato dai vertici societari. Ciò posto, è evidente che la richiesta di pagamento di una somma rilevante per lo svolgimento di ricerche documentali avrebbe potuto, e forse dovuto, ingenerare nella dirigenza dell'internazionale sospetti di irregolarità e d'altra parte l'inesistenza nei libri contabili della Società di un pagamento di tale importo potrebbe significare che alla liquidazione del compenso si sia provveduto in forma non ufficiale, cosa che costituirebbe un ulteriore indizio di responsabilità a carico dei referenti dell'Oriali. Dagli atti, tuttavia non è desumibile alcuna circostanza che faccia riferire al Ghelfi, in modo certo ed inequivoco, l'adozione di decisioni in tal senso, non potendosi escludere in modo assoluto l'ipotesi che altri soggetti abbiano provveduto nei predetti termini. Ritiene pertanto la Commissione che il sig. Rinaldo Ghelfi debba essere prosciolto dall'addebito. La Soc. internazionale risponde dell'operato dei propri tesserati Recoba ed Oriali a titolo di responsabilità oggettiva, senza che possono in alcun modo rilevare le allegazioni di buona fede formulate dalla stessa.

Saturday, January 03, 2009

IL PESO DI ADRIANO



Friday, January 02, 2009

DREAM TEAM

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Tuesday, December 30, 2008

AGUERO GELA LE SMANIE DI MINIMO MORATTI

Brutte notizie per Minimo Moratti che, tramite il rapporto di amicizia con Maradona, contava di arrivare ad Aguero. In una intervista al mensile “Eurocalcio” il fuoriclasse dell’Atletico Madrid e della nazionale Argentina ha dichiarato di avere ben altri programmi per il futuro: “ho un contratto con l’Atletico Madrid fino al 2012 e, visto che c’è anche un rapporto di collaborazione sui diritti di immagine, pare proprio che rimarrò a lungo a Madrid. Però nel calcio non si può mai sapere e, quindi non posso escludere che un giorno andrò a giocare in Inghilterra come Torres che, in Premier League, è migliorato tanto”.