Saturday, October 23, 2010

ONORE AGLI ALFIERI DELLA SIGNORA

Onore agli alfieri della Signora, unici eroi di calciopoli
Giampiero Mughini da "Libero" del 22 Ottobre 2010

Onore agli internauti del sito Ju29ro.com, il cui recente libro su “Farsopoli” (Che fine ha fatto la Juve?, Cardano Editore, pagine 240, 15 euro), sarà presentato oggi a Roma alla Libreria Bibli. E quando dico onore, intendo l’onore civile e giornalistico di chi ambisce alla verità, non certo l’onore da tifosi faziosi e di parte che non ci stanno a che la loro beneamata prenda cazzotti in faccia. Eppure, non fosse stato per loro, per questi artigiani pazienti e generosi che sono andati a spulciare una a una le carte di Calciopoli, e le intercettazioni e le dichiarazioni dei protagonisti, e le sentenze che nell'estate 2006 avevano messo in ginocchio la Juve e stravolto la storia centenaria del calcio italiano, almeno sino all'altro ieri l'avrebbe avuta vinta il Pensiero Unico di quelli che avevano scoperto quello che i tre quarti di italiani sapevano da sempre, ossia che la Juve vinceva perché rubava. Almeno sino all'altro ieri, quando le. risultanze del processo penale a Napoli hanno cominciato a gridare una verità diversissima da quella di Calciopoli e quando al posto di capo simbolico della Juve è tornato un Agnelli, il Pensiero Unico era spalmato uniformemente su tutti i grandi giornali italiani cartacei dalla “Gazzetta dello Sport” alle pagine sportive del “Corriere della Sera”, dalla “Repubblica” a “L’Espresso” e persino alle pagine sportive della “Stampa”. Ancora pochi mesi fa ricordo di un giornalista di quelli che hanno la “r” moscia pur non avendola, il quale in un’importante emittente radiofonica nazionale si diceva sdegnato che a Luciano Moggi fosse consentito di andare in televisione a difendersi.
Non fosse stato dunque per il blogger Renato La Monica (di cui è appena uscito, sempre dall’editore Cardano, il saporitissimo Calciopoli), uno che in piena Calciopoli aveva fondato il “Magazine Bianconero” prima in versione cartacea e poi in versione online; non fosse stato per il suo collaboratore Salvatore Cozzolino, il quale darà vita al sito Ju29ro.com di cui ho detto all’inizio; non fosse stato per bravissimi giornalisti online fecondati da quell’esperienza quali Stefano Discreti ed Emilio Cambiaghi, il cui Manuale di autodifesa del tifoso juventino è una pietra miliare della ricerca della verità di cui sto parlando; non fosse stato per Massimo Zampini, Giuseppe Pollicelli, per il blog di Christian Rocca, il Pensiero Unico avrebbe sventolata altissima la sua bandiera e il nome del suo eroe, il tenente colonnello Auricchio, un ufficiale dei carabinieri che di calcio non ne sapeva mica tanto e che a stendere il. suo romanzo accusatorio sulla Juve s’era fatto aiutare da un giornalista della “Rosea”. Quell’Auricchio che durante i mesi più roventi di Calciopoli assurse al rango di un Voltaire dei tempi moderni e che alle recenti udienze del processo di Napoli sta facendo delle figure barbine.
Che cosa recitava in estrema sintesi il Pensiero Unico? Che non c'era dubbio alcuno che la Juve gli ultimi suoi scudetti li avesse vinti al telefono, mercé l’uso diabolico e ipnotizzante delle schede telefoniche svizzere distribuite da Moggi ai suoi amici; che non c'era dubbio alcuno che il direttore tecnico della Juve, uno che bastava guardarlo in faccia per capire che tipo era, aveva
messo in piedi una vera “organizzazione a delinquere” pur di alterare i risultati sul campo, e questo perché in squadra aveva delle pippe - Ibrahimovic, Del Piero, Trezeguet, Mutu - che la palla dentro non la mettevano per nessuna ragione al mondo; che la buona parte degli arbitri italiani era visitata a notte da discintissime Kate Moss ed Eva Herzigova pagate da Moggi, e figuratevi se dopo questi incontri gli arbitri fischiavano un rigore a danno della Juve; che nella milanese Via Durini aveva la sua sede una società di calcio che per vent’anni aveva speso miliardi a centinaia a comprare un'intera legione straniera di calciatori, e che con tutto ciò racimolava in campionato quinti e ottavi posti, e questo da quanto erano “onesti” i suoi dirigenti, gente che ai designatori arbitrali non telefonava mai e poi mai neppure a chiedere se l'indomani su Milano era prevista pioggia. C’era la parola d'onore di un pubblico ministero di Napoli ad assicurare l'Italia che di quelle telefonate non ce n'era nemmeno una che fosse una.
Sono passati gli anni. Il Pensiero Unico è sprofondato nella sua melma e nella sua vergogna. I reati indicibili commessi da Moggi e di cui l'avvocato difensore della Juve di Calciopoli aveva avuto un tale orrore, a leggere e sia pure in fretta e furia le carte processuali, tanto che la Juve scaraventata in serie B e con una qualche penalizzazione gli appariva una pena equa, di quelli non ne è venuto fuori nessuno. I giocatori avversari della Juve di cui il prode Auricchio/Voltaire aveva detto che erano stati squalificati pur di rendere le cose più facili alla squadra i cui titolari si giocarono quasi tutti la finale di Campionato del Mondo del luglio 2006, erano stati invece regolarmente in campo. Giornalisti del rango di Mario Sconcerti hanno scritto finalmente papale papale che la distruzione della Juve aveva stravolto e indebolito il calcio italiano. L’Andrea Agnelli divenuto capo della Juve dice di Antonio Giraudo che è per lui “un padre” e di Moggi che è stato un grandissimo dirigente nella storia della Juve, e questo mentre John Elkann aveva scaricato l'uno e l'altro dopo 24 ore e senza mai chiamarli una volta a che dicessero le loro ragioni. Quanto alle telefonate di dirigenti dell'Inter ai designatori arbitrali, gli avvocati difensori di Moggi ne hanno scovate a centinaia. E quanto all'assegnazione farsa dello scudetto a un’Inter che in quel campionato era arrivata terza, distanziata di 15 punti dalla Juve, adesso tutti fanno a gara a dire “Non sono stato io, io ero contrario, io non c’entro”. E quanto agli errori degli arbitri, errori che ci sono stati e sempre ci saranno e di cui ovviamente si gioveranno le squadre di maggior prestigio e peso politico, c’è stato quel campionato vinto dall'Inter giovandosi di errori sesquipedali tipo il gol di Adriano realizzato con un gran colpo da pallavolo o quell'altro gol con tutti gli attaccanti nerazzurri in fuorigioco. Errori umani, certo che sì. Né più né meno di quelli che favorirono la Juve del 1998, errori che io ho mille volte riconosciuto e sottolineato. E per adesso è tutto. 

Lo ripeto, onore agli internauti di Ju29ro.com.

Giampiero Mughini

Saturday, June 26, 2010

L'ARTICOLO DEFINITIVO DI EMILIO CAMBIAGHI

A mio avviso è senza dubbio l’articolo di controinformazione più completo e diffondibile uscito in queste settimane: standing ovation per Emilio, che ringrazio, ricordandovi che potete scaricare il pdf dell’articolo cliccando qui. Mi raccomando fatelo girare, o cliccate sul bottone facebook in fondo: basta favole!

Ora basta. Chi scrive ha sempre cercato di argomentare ogni più piccola questione, ogni minima sfaccettatura riguardo a quanto accaduto dal 2006 ad oggi. Ma adesso è arrivata l’ora di posare i calamai e di dare battaglia. Una battaglia di consapevolezza, cui faccia seguito una ferrea presa di posizione. Le nuove intercettazioni che stanno nuovamente scuotendo il mondo del calcio hanno aperto una voragine nelle coscienze di coloro che hanno voluto far passare una vergognosa menzogna per indiscutibile verità. Le penne reazionarie si sono già mosse per dare una nuova inquadratura alla situazione e stanno cercando di far passare l’idea della revoca dello scudetto all’inter come eventualità sufficiente per rimettere tutto a posto. Continuano a dire che esisteva un Sistema Moggi, che “quello che ha fatto la Juve è sotto gli occhi di tutti”, che “ci sono stati fatti gravissimi che hanno portato ad una giusta condanna”. No, le cose non stanno così e non accettiamo nemmeno la logica del tutti innocenti o tutti colpevoli.
I colpevoli ci sono, ma sono altri.

Non esiste nessuna intercettazione di Luciano Moggi con un arbitro, non esiste nessuna richiesta di favori da parte di questi a chicchessia, non esiste – e fatevene una ragione – nulla di nulla. Luciano Moggi è stato intercettato, pedinato, umiliato e fatto a pezzi in ogni modo possibile e la prova massima della sua colpevolezza è risultata essere una discussione sulle griglie con il designatore Bergamo. Consuetudine che, apprendiamo ora, era ben gradita a tutti e praticata da certuni con una malizia sconosciuta persino a chi è stato per anni additato come causa suprema di ogni male del pallone. E non vi era neanche un sistema diffuso, il cosiddetto illecito strutturato. No signori, anche questa è una favola, un raccontino della buonanotte. E a svegliare i sognatori non siamo stati noi, partigiani dell’opinione, ma i testimoni del processo penale che si sta svolgendo a Napoli. Come può essere credibile un’indagine indirizzata a senso unico, condotta con fretta e superficialità, incentrata sui riassunti della Gazzetta dello Sport, con inquirenti che non si sono neppure degnati di guardare le partite, di verificare se le loro accuse potevano essere dimostrate, che non hanno voluto investigare (“L’inter non ci interessa” cfr. deposizione di Rosario Coppola), che hanno sbandierato ai quattro venti che “piaccia o non piaccia” non esistevano altre telefonate all’infuori di quelle dei dirigenti già sotto accusa? Niente di tutto questo può essere credibile.

E smettiamola con le solite accuse, più volte smentite, persino dalle stesse sentenze sportive. Le ammonizioni pilotate non esistono, è una fantasia costruita nella testa di Leonardo Meani nei suoi colloqui telefonici con i guardalinee Copelli e Puglisi, e immediatamente presa per buona: nell’anno oggetto di indagine la Juventus ne ha totalizzate 17, a livello delle altre grandi (le stesse dell’inter), e ben sotto il primo posto dell’Atalanta. Dieci di queste sono, per giunta, arrivate da arbitri considerati estranei alla cosiddetta Cupola. In un’intercettazione il giornalista Tony Damascelli informa Luciano Moggi delle sanzioni comminate a Nastase, Petruzzi e Gamberini (quest’ultimo nemmeno in diffida) in Fiorentina-Bologna, ma Moggi, stupito, dimostra di non conoscere nemmeno chi fossero i diffidati della gara in questione. Mai, da nessuna parte, si sente o si legge Luciano Moggi chiedere esplicitamente di comminare sanzioni fraudolente. Ed è una leggenda anche la telefonata, imputata a Giraudo, nella quale si ascolta “Se l’arbitro è sveglio ci dimezza l’Udinese”. La conversazione infatti è successiva di un’ora all’incontro Udinese-Brescia dove fu, in maniera assolutamente corretta, espulso il friulano Jankulovski. E chiariamolo una volta per tutte, i sorteggi erano regolari. Ogni sorteggio si svolgeva in presenza di un notaio e l’estrazione della pallina con il nome dell’arbitro era affidata ad un giornalista ogni volta diverso, che estraeva dopo che Pairetto aveva aperto la pallina contenente la partita da assegnare. Questa circostanza è stata più volte spiegata, persino dall’Unione Stampa Sportiva (comunicato del 15 maggio 2006) e dalle sentenze sportive, che non prendono in considerazione questo ridicolo capo d’accusa per motivare la condanna. Persino Mazzei, in una delle nuove telefonate, cerca di convincere Facchetti che non c’è nulla da fare, anche se si vuole – come l’ex presidente interista desidererebbe – manipolarlo. Moggi conosceva prima i nomi degli arbitri e dei guardalinee? Bugia. Bugia enorme. Veniva avvisato solo dopo l’avvenuta designazione, anche se in anticipo rispetto alle comunicazioni ufficiali agli organi di stampa. Ma c’era chi veniva a conoscenza delle stesse ben prima del DG juventino. Leonardo Meani, ad esempio, come dimostrano gli sms portati dalla difesa al processo di Napoli. E lo stesso Facchetti, che veniva informato, addirittura un giorno prima, su chi fossero i guardalinee di inter-Juventus. Non di una partita qualsiasi…

E finiamola con la storia di Paparesta chiuso nello spogliatoio. La vicenda è stata innumerevoli volte chiarita dall’arbitro stesso e archiviata dalla Procura di Reggio Calabria. Moggi poteva decidere le sorti degli arbitri? Altra gigantesca menzogna. Moggi minaccia di far sospendere Paparesta che, invece, arbitra regolarmente già dalla giornata successiva. Anzi, è vero il contrario. Questo dichiara Pairetto di fronte al giudice Casoria: “Chiha danneggiato la Juve e’ tornato subito ad arbitrare, chi l’ha favorita viene sospeso per due mesi e mezzo”. Come nel caso di Racalbuto, dopo Roma-Juventus.

Moggi controllava De Santis? Ridicolo. Nell’anno indagato è l’arbitro con cui la Juve ha ottenuto la media punti più bassa (1,4). Così il compianto Giorgio Tosatti in una telefonata Moggi del 20 aprile 2005: “Ormai gli arbitri ti pisciano addosso a te. Ieri l’ho detto, ho detto ieri in Federazione: avete fatto apposta a mandare De Santis perché vada in culo alla Juve”. E Moggi risponde: “Con quest’anno, tra Palermo, Parma e questa qui, ci costa tranquillamente sei punti. Ci ha creato mille problemi in questo campionato. Se noi perdiamo il campionato uno degli artefici è lui perché c’ha dato troppo contro”. Recentemente è stato poi dimostrato con chi in realtà intrattenesse rapporti amichevoli l’arbitro romano, con Giacinto Facchetti.

E prima che qualcuno obietti, parliamo subito delle schede, delle famosissime schede svizzere. Lo sanno i signori che commentano il pallone che, in un processo penale, la prova si costituisce in dibattimento? Questa, quindi, è una prova ancora tutta da dimostrare. Nella realtà, fino ad ora, sono emersi solo elementi ampiamente favorevoli alla difesa. La scheda a Paparesta è un falso, era di suo padre. Quelle di Cassarà e Gabriele (che mai avevano arbitrato la Juventus nelle stagioni 2004/05 e 2005/06), false pure quelle: assolti dalla giustizia ordinaria il 18 gennaio 2010. Gli schemini con le ricostruzioni delle chiamate effettuate sono stati definiti dal Maresciallo Di Laroni, che svolse queste indagini, “presumibili”, senza contare innumerevoli errori nell’assegnazione delle celle, con arbitri da tutt’altra parte al momento delle chiamate loro imputate. A farsi benedire anche la scheda ritenuta essere in possesso di De Santis, come lo stesso arbitro dimostrerà al processo: “Mi viene attribuita una scheda svizzera tra il 7 gennaio e il 28 marzo ma essendo io uno degli organizzatori della cupola, mi sembra strano che potessi averla solo in quel periodo. Io non l’ho mai posseduta né usata, in quel periodo stavo facendo un corso come vicecommissario di polizia penitenziaria, lo frequentavo tutti i giorni e ho portato le prove. In molti degli orari in cui mi viene attribuito l’uso della scheda svizzera ero a scuola a frequentare il corso”. E che dire del fatto che la Juventus, con i cosiddetti arbitri “svizzeri” avesse una media punti inferiore a quella di Milan (2,08 a fronte di una media campionato di 2,07) e di inter (1,9 su media totale di 1,89). La Juventus infatti totalizzò una media di 1,88 punti, a fronte di una media complessiva ben superiore: 2,26!!!

Allora dove sarebbe questa famigerata Cupola? Da quali elementi si può desumere che Luciano Moggi e Antonio Giraudo – lasciati soli a se stessi, senza nessuna stampa e televisione amica e senza il supporto della proprietà – controllassero le sorti del campionato italiano? Una tale ricostruzione della realtà può esistere solo nelle menti di chi voleva colpire un unico bersaglio e nelle parole di chi questa teoria ha sostenuto ed alimentato. Perché, ad esempio, non è mai stata posta attenzione sui comportamenti delle squadre milanesi? Infatti non sono in nessun modo paragonabili i comportamenti dei dirigenti di inter e Milan con quelli addebitati a Luciano Moggi. Certo, ma in peggio. Proviamo a fare chiarezza.

Non esistono intercettazioni tra Luciano Moggi e gli arbitri. Ci sono invece fatti incontestabili riguardo i rapporti intrattenuti da alcuni di questi con le squadre meneghine. Sono stati dimostrati gli stretti rapporti tra Giacinto Facchetti e l’arbitro Nucini, fischietto all’epoca in attività e oggi misteriosamente scomparso dai salotti televisivi che era solito frequentare. Sono stati dimostrati i rapporti dell’ex presidente nerazzurro con Massimo De Santis, proprio lui, l’arbitro sbeffeggiato e calunniato da tutti come asservito al potere moggiano. Con il fischietto di Tivoli Facchetti parla di Walter Gagg, il funzionario FIFA, già accusato di aver svolto compiti “in nome e in funzione dell’inter”. Laddove Luciano Moggi confrontava griglie arbitrali, Giacinto Facchetti cerca direttamente di bypassarle, alterando il sorteggio prima di inter-Juventus del 28 novembre 2004:

Facchetti: «No, lì non devono fare i sorteggi, ci devono…».
Mazzei: «Come si fa, Giacinto, purtroppo ci vuole fortuna».
Facchetti: «Ma dai…».
Mazzei: «Ti dico la verità, qui un sorteggio lo fa un giornalista, devono studiare una griglia e le possibilità sono più alte»

Questo Luciano Moggi non l’ha MAI fatto. Luciano Moggi non conosceva le designazioni un giorno prima delle partite, Moggi non falsificava passaporti (cfr. Oriali condannato dalla giustizia ordinaria) con il fine di rendere disponibile un calciatore che, altrimenti, non avrebbe potuto essere schierato. Così si falsano realmente i campionati. Moggi non incontrava gli arbitri prima delle partite (cfr. Moratti che va a salutare Bertini prima di inter-Sampdoria) e nemmeno durante l’intervallo (cfr. squalifica di Facchetti dopo Chievo-inter del 2002/03). Mai, nessun dirigente della Juventus F.C. si è permesso di far pedinare e intercettare illegalmente un suo calciatore e, men che meno, dirigenti di altre squadre, arbitri o esponenti della Federcalcio. Mai la Juventus, con un’azienda nell’orbita della sua proprietà, ha sponsorizzato il campionato italiano e la Coppa Italia (cfr. sponsor TIM su entrambe le competizioni). Questa è la realtà dei fatti.

E il Milan? Sono loro che parlano con quasi tutti gli arbitri e i guardalinee! Sono loro che hanno il potere. Un proprietario Presidente del Consiglio e un Presidente che, all’epoca dei fatti, era a capo della Lega Calcio e gran cerimoniere dei diritti televisivi. Tre televisioni nazionali al servizio della loro verità, tre televisioni con le quali dire, non dire, omettere, stravolgere. Giornali, radio, siti internet e una valanga di opinionisti al servizio della loro versione dei fatti. Ma tanto era la Juve che tramava a palazzo. Allora mi spieghino queste intercettazioni (già comprese nelle informative, ma mai considerate…):

Mazzini a Moggi, riguardo le prossime elezioni in Lega: “Con Cellino, mi dice Galliani, non ci sono problemi perché lo fa votare Berlusconi”.

Ghirelli a Mazzini, sempre a proposito di elezioni: “Galliani deve muoversi tramite Berlusconi” per “influenzare AN e compagnia”.

Mazzini a Moggi: “Comunque stamani io ho chiamato Galliani, gli ho detto: senti, stammi bene a sentire, dico, guarda, muovi anche i tuoi padrini politici, perché, che Zamparini è di AN e che voti per Abete è veramente una cosa che non… non esiste al mondo”.

Bergamo a Mazzini: “Gigi (Pairetto, ndr) risponde alla Sampdoria, al Milan, all’inter, al Verona, al Vicenza, al Palermo, a tutti quelli dove ci sono grandi magazzini e lui ha bisogno di lavorare”.

Come mai avrebbero potuto due solitari dirigenti avversari mettere nel sacco un impero tanto grande? Infatti non poterono, perché tutto esiste solo nella mente di un personaggio con la strana e peculiare carica di “addetto agli arbitri”. Quel Leonardo Meani, credibile quando dice di difendersi dalla Juve, semplice co.co.co da rinnegare quando intrattiene rapporti di ogni tipo con la quasi totalità della classe arbitrale. Non ci credete? Cominciamo da Collina, per il quale venivano organizzati incontri per conto di Galliani, nel ristorante di proprietà di Meani. Per di più nel giorno di chiusura, “così non ci vede nessuno”. Meani che gli augura di essere presto designatore, così “non ti chiamo più”, che gli rammenta quando lo aiutava nelle scelte “mi ricordo di quando avevamo posto il veto a Pisacreta” e che chiamava “il capo, il grande capo” per relazionare di questa sua bellissima amicizia con l’arbitro viareggino. No, queste cose Moggi non le faceva.

E che dire del guardalinee Puglisi, definito da Babini, altro guardalinee “Puglia, l’ultrà del Milan”. Prima del derby di Champions, Puglisi chiama l’amicone: “L’importante è che noi riusciamo a fargli il culo a ‘sti interisti”. Qualche giorno dopo Meani lo rincuora sul suo futuro: “Secondo te, perché so? Perché io sto spingendo da matti per te, no!”. Lo stesso Puglisi che chiede a Meani se farà Milan-Chievo e questi che gli risponde che era stato già scelto per Parma-Sampdoria, ma che farà cambiare designazione. Come in effetti accade. E si cautela pure, ridacchiando: “Tu comunque vedi di star zitto su questo cose che ti dico, eh?”. Per finire gli racconta come ha istruito Babini per Milan-Chievo: “Mercoledì da intelligente come vogliono quelli lì, nel dubbio da una parte vai su e dall’altra stai giù. Poi se le cose eclatanti che vedono tutti, nessuno dice niente eh!”. E per lui spingeva anche con Galliani : “Puglisi però bisogna far tutto per metterlo in A e in B, eh?”. D’altra parte il Presidente aveva già capito tutto: “Ho saputo che lei ha già parlato con Puglisi”. Ma avete mai sentito Moggi dire roba del genere? Si era persino stupito l’arbitro Messina, che al telefono con il ristoratore lodigiano, chiede: “Oh, ma li hai designati te i guardalinee (Milan-Chievo, ndr) o loro?” E Copelli? Prima di Milan-Sampdoria viene tranquillizzato: “Hai visto che sto rilanciando e son troppo… sto rilanciando anche Messina”. Copelli è colui che il 13 maggio 2006, davanti a Borrelli, dichiara: “Se un assistente avesse voluto arbitrare un incontro del Milan non si doveva rivolgere ai designatori, ma a Meani”. Già, infatti, tante volte Meani glielo aveva detto direttamente: “Stai tranquillo, adesso ci penso io. Parlo con Galliani, lui lo sa Galliani, gli dico: senta, questo qui è un nostro uomo gli dico io”. E poi le confidenze a Contini, altro guardalinee: “Io e te siamo amici, qualcosina in più me la puoi dare oh… ma va bene… il giocatore tu lo richiami invece di ammonirlo, cioè sono queste cose qui, eh…”. Babini addirittura si spaventa. Dopo aver saputo che Meani aveva scelto i guardalinee di Milan-Chievo, lo chiama per dirgli: “Bisognerebbe rifiutarla quella partita lì, con questa designazione confermano che è tutta una porcheria [...] Ti ho detto che facciamo ridere tutta Italia con questa designazione”. Indimenticabile la promessa a Rodomonti: “T’ho fatto anche prendere sette e mezzo da Cecere […] Comunque, guarda che mi ha telefonato il mio presidente che ti dà l’indirizzo e ti manda a fare anche a te il trapianto dei capelli in Svizzera”. E come dimenticarsi di Meani che chiede a Mazzei di mandare Ambrosino, che dice a Pasquale D’Addato (osservatore AIA di Bologna) di stare sereno per il suo avanzamento di carriera perché ne parlerà a Lanese: “Noi avremmo piacere che questo D’Addato possa fare il presidente regionale. Gli dico: il dottor Galliani vorrebbe fargli fare il presidente”.

Si potrebbe andare avanti per molte pagine, ma ci fermiamo qui, non senza ricordare l’ormai famoso avvertimento a Bergamo in vista della decisiva Milan-Juventus (partita prima della quale Meani regalò orologi alla terna arbitrale… “però a Trefoloni gli fai un bel discorsetto, perché sennò gli tagliamo la testa noi”) e gli amorosi sforzi di Galliani che si muove perché un dossier dell’arbitro Paparesta sulla sua attività lavorativa all’AssoBioDiesel arrivi nelle mani del sottosegretario Gianni Letta.

Allora smettiamola, una volta per tutte, di raccontarci favole. I poteri erano altri, ed erano molto forti. Ma è finalmente arrivato il momento di prenderne coscienza, tutti quanti. E’ inaccettabile che vogliano ancora ingannarci su quanto è successo. E’ inaccettabile che ci propongano soluzioni di comodo. Noi vogliamo giustizia, e che sia giustizia integrale. A partire dalla restituzione dei due scudetti ingiustamente sottratti, fino alla certezza di una dura pena a chi, veramente, operava con modalità assai poco cristalline. La nostra battaglia, ora, è questa.

Emilio Cambiaghi per Ju29ro.com

Thursday, April 08, 2010

SENZA PUDORE...

Sottotitolo: "Non ci resta che piangere"

Ne ha scritte, il nostro calcio, di pagine tristi. L'ultima, in ordine di tempo, ci riporta a Calciopoli, quello scandalo che nell'estate 2006 ha restituito ai tifosi veri, agli amanti del pallone, la realtà dei fatti. Sembrava che la schiarita fosse definitiva, ma adesso, proprio quando l'inter è chiamata a lottare su tre fronti in una delle migliori stagioni della sua storia, improvvisamente il pentolone è tornato a bollire: Moggi ed il suo legale attaccano il club nerazzurro con nuove intercettazioni, ma non basta. Il pudore non esiste più, gli architetti di un sistema vomitevole che ha organizzato a tavolino le sorti della nostra Serie A negli ultimi anni, adesso attaccano con questa nuova farsa l'uomo più pulito, più umile, più vero che il calcio italiano abbia mai avuto in dono.

Giacinto Facchetti è l'inter. "Noi siamo Giacinto Facchetti", dice Luigi Garlando, ed è la pura verità: ne andiamo fierissimi, perchè a dispetto di quanto vogliono farci credere in questi ultimi giorni, Giacinto è stato l'uomo più rappresentativo per l'inter ma anche per l'italia intera. Capitano di mille battaglie anche in azzurro, uomo che con il sorriso limpido di un padre e con l'eleganza di un nobile ha saputo orchestrare da giocatore e da dirigente ogni manovra, con massima onestà. Chi, oggi, lo attacca perchè non può appigliarsi ad altro, è solamente un vigliacco. E' dal settembre del 2006, proprio l'anno dello scandalo di Moggiopoli, che il Gigante di Treviglio ci ha lasciati. Se n'è andato nel suo stile, Giacinto, in silenzio e con classe. E quanti sassolini si sarebbe potuto togliere dalle scarpe proprio nei suoi ultimi giorni di vita, ma quando sei un signore dentro c'è poco da fare: resti signore per sempre, fino all'ultimo respiro.

Anche se noi interisti lo sentiamo ancora presente, Giacinto Facchetti non c'è più, ed ora che il calcio italiano ha metabolizzato (loro, i marpioni, non noi che lo amiamo ogni giorno di più) la sua scomparsa, gli avvocati del signor Moggi hanno approfittato per attaccarlo. Non può difendersi, Giacinto: lui non c'è più, ci guarda dall'alto. Ed attaccare chi non può difendersi è la cosa più vigliacca che possa esistere: l'ennesima vergogna d'italia, la vergogna di un paese che non sa rispettare le sue vere figure rappresentative, e che nonostante tutto continua a lanciare in pompa magna la figura di chi ha rovinato il nostro calcio. Quello che sta accadendo è una mancanza, clamorosa, di rispetto nei confronti di Facchetti, della sua famiglia alla quale ci stringiamo, dell'inter, che oggi rappresenta il calcio italiano in Europa e come puntualmente accade quando va a gonfie vele, viene danneggiata da queste voci assurde, e a tutti noi tifosi. Stanno cercando di ingannare ciò che è sotto gli occhi di tutti, e stanno tirando in ballo chi non può difendersi, ma chi ha già dimostrato tutta la sua lealtà e la sua onestà fino all'ultimo secondo di vita.

Vergogna, vergogna davvero: noi interisti non ci stiamo, Giacinto Facchetti non si tocca. Cosa starà facendo lui? Probabilmente, ci starà scrutando da lassù con un sorriso, il suo sorriso sereno e limpido: la sua onestà è sotto gli occhi di tutti, quella dell'inter anche. "Non ci resta che piangere", signori: il calcio italiano è malato, sta morendo. E chi attacca in modo così schifoso Giacinto Facchetti, deve soltanto vergognarsi. E, probabilmente, dovrà anche scusarsi di fronte alla sua famiglia e a tutti noi, che lo difendiamo. Perchè Giacinto è il papà affettivo di tutti gli interisti, e nessuno deve toccarlo. Mai.

di Fabrizio Romano da TUTTOmercatoWEB

Friday, April 02, 2010

VUOI VEDERE CHE RIVINCIAMO I MONDIALI?

Dal Quotidiano "Libero" di giovedì 1 Aprile
di Fabrizio Biasin

L'articolo che segue è parecchio ambizioso e - detto fuori dai denti - a qualcuno darà fastidio. Ad altri invece piacerà, perchè racconta di una sporca faccenda iniziata 4 anni fa che andava da una parte e ora allarga i suoi orizzonti. Come per magia...
E, come per magia, vi diciamo "con tutta onestà" che il famoso "scudetto dell'onestà" assegnato all'inter nel 2006 potrebbe presto venire ritirato, congelato, sequestrato.

Andiamo per gradi. Il processo sportivo più famoso che c’è è conosciuto con più nomi: qualcuno se lo ricorda come “Moggiopoli” dal nome del signore che più degli altri ha ficcato le mani nel barattolo della "marmellata calcio" fino a rimanerne impiastricciato; altri preferiscono ricordarlo come “Calciopoli” senza però spostare di un millimetro lo sguardo dall’unico “colpevole”. Sempre Moggi, ovviamente. “Ma il tempo è galantuomo” diceva e ripeteva il signore in questione e, forse, aveva ragione lui.
Veniamo al succo. Alla luce delle ultime novità la verità è una sola: su Calciopoli esistono due verità:
  1. Moggi non è colpevole.
  2. Sono tutti colpevoli.
La solita storia, si dirà, ma ora ci sono le prove. E cioè, nel corso della stagione 2004-05 Moggi non era l’unico dirigente di club che scambiava confidenze con i designatori arbitrali, ergo, altri capoccioni si facevano i fatti loro con Bergamo e Pairetto. I nomi? Tra gli altri, Moratti, Facchetti, Galliani, Cellino.
Nella tabella qui sotto riportiamo il numero delle telefonate avvenute tra gli ex-designatori e i dirigenti in questione nel periodo Novembre 2004–Maggio 2005, e cioè quello relativo alle intercettazioni gestite dal colonnello Attilio Auricchio, messo a capo dell’inchiesta per scoprire magagne di ogni genere e ripulire il calcio italiano dal marcio.
Dice: com’è che ‘ste telefonate saltano fuori solo adesso? Ve lo spieghiamo e poi vi raccontiamo il contenuto di alcune simpaticissime conversazioni.












170.000 TELEFONATE

Esistono 170.000 telefonate intercettate, di queste solo una piccola parte sono state ascoltate e una ancora più piccola è arrivata alla fase cruciale della “trascrizione”. La gran parte di queste riguarda ovviamente Moggi e le sue chiacchere. La difesa dell’ex DG Juve si è presa la briga di comprare il “faldone dimenticato” (spesi 25mila Euro per accaparrarsi diversi preziosissimi cd) e nell’udienza di martedì 23 Marzo a Napoli ha posto la seguente domanda ad Auricchio: “Altri dirigenti chiamavano Bergamo e Pairetto?”. Risposta: “Si, ma gli altri chiamavano solo per fare gli auguri di Natale”. E ancora, Bergamo sul banco degli imputati: “Tutti mi chiamavano, esiste una telefonata in cui Facchetti si accorda per venire a cena da me prima di Livorno-inter”. Auricchio: “Non risulta…”. E il PM Narducci subito dopo: “Non risulta, non risulta… Sarà che lei aveva un’altra utenza…”. E invece risulta.

CENE E PARCHEGGI
Nell’intercettazione del 3 Gennaio 2005 alle ore 16:47 Bergamo invita a cena Facchetti. Due giorni dopo, mercoledì 5 (giorno caldissimo: oltre 1000 telefonate intercettate in totale), Facchetti chiama Bergamo. Sono le 18:33 e l’allora dirigente nerazzurro chiede delucidazioni: “Dove devo parcheggiare?”. Bergamo risolve celermente il problema. Una cena, niente di male, ma perché far finta di niente? Per la precisione Livorno-inter finisce 0-2 con due rigori assegnati ai nerazzurri (uno sbagliato da quel discolo di Adriano).
Tra gli altri Bergamo invita anche altre personalità del calcio e parla un po’ con tutti. Con Galliani, per esempio, perde un sacco di tempo tra il 28 Aprile e il 7 Maggio, settimana che precede Milan-Juventus (arbitro Collina). Per la cronaca vince la Juve 1-0. Nessun sospetto quindi, solo un sacco di telefonate. Curioso anche l’sms inviato da Pairetto allo stesso Galliani il giorno prima delle elezioni in Lega Calcio per scegliere il nuovo presidente: “In bocca al lupo per domani. Farò tifo da ultras”. E’ il 28 Novembre 2004, ore 17:46 (il tifo dell’ex designatore non basta: i presidenti “ribelli” guidati da Della Valle fanno saltare l’elezione del rossonero).
Ma evidentemente è Gennaio il mese in cui le cornette sono più roventi. Il giorno 10, per esempio, Bergamo chiama Moratti e chiede al nerazzurro chi preferisce avere tra Palanca o Gabriele, due giovani arbitri tra i più preparati e appena rientrati da una sospensione. Moratti è un signore e risponde che vanno bene entrambi (inter-Bologna di Coppa Italia del 13 Gennaio finisce 3-1. Arbitro Gabriele).

…E TUTTI GLI ALTRI…
Ma è sbagliato prendersela solo con Milan e inter (così come è stato un errore attaccare solo Moggi): nel calderone delle 170.000 intercettazioni ci sono confidenze tra Cellino e Pairetto (circa 65 telefonate), Cellino e Bergamo (un centinaio) e altri dirigenti e direttori sportivi. I contenuti sono ancora sconosciuti. Badate bene, non “misteriosi”, “sconosciuti”: il tempo di passare al setaccio tutte le telefonate e tutto verrà a galla. Toh, sembra di essere ritornati a quattro anni fa. Vuoi vedere che rivinciamo i mondiali?

Tuesday, December 15, 2009

BALOTINHO

da "Lastampa.it" del 15 Dicembre
Un anno fa Josè Mourinho catturava l’attenzione delle donne e del mondo dei media per il suo sguardo da bel tenebroso e per le sue smorfie da attore hollywoodiano. Adesso, invece, è addirittura furibondo ma non recita più nessuna parte: ce l’ha con il mondo e non riesce a controllarsi. Dov’è finito il tecnico dalla parlantina ricercata e brillante che regalava formazioni ai giornalisti? Se lo chiedono gli appassionati di calcio e se lo domanda soprattutto Massimo Moratti.

Mourinho non è in pace con se stesso, ha perso serenità e pure sicurezza. Litiga con gli arbitri, ma questa non è mai stata una novità. Negli ultimi tempi non riesce a sopportare soprattutto le critiche. Si sente in discussione e non capisce da dove provengano certe indiscrezioni. «Se mi cacciano dall’inter trovo una squadra quando voglio», ha tuonato prima di chiudersi la bocca. La frase è suonata indigesta alla società che gli versa regolarmente uno stipendio da dieci milioni di euro all’anno e non ha riscosso interesse presso i presidenti dei club europei.

Perez, ad esempio, non trova simpatiche le uscite dello Special One, a Barcellona si tengono stretto Guardiola: resta allora l’amata Inghilterra, ma anche lì le panchine eccellenti sono tutte occupate. Il Manchester United non ha nessuna intenzione di mettere alla porta Ferguson, il Chelsea non rinnega la scelta Ancelotti e ciò che resta viene considerato dal portoghese di secondo livello.

Mourinho si considera un fenomeno e non capisce perché l’Italia non abbia glorificato a dovere il suo talento. È convinto anche che dietro a certi commenti si nasconda una sorta di razzismo perché non è un allenatore italiano. Negli ultimi tempi, poi, ha iniziato a perdere consensi all’interno della struttura dove lavora. Un gruppetto di giocatori gli ha voltato le spalle raccontando a Moratti cose che dovrebbero restare nello spogliatoio. Mourinho ha iniziato ad avere l’ossessione delle spie e per combatterle ha provato a trasformare la Pinetina in un bunker.
Moratti è riuscito a farsi rispettare ma non a imporgli una linea politica-societaria. Lo Special One sul piano dialettico è sempre stato fin troppo autonomo: ha bocciato l’idea del patron di ritirare la squadra a Torino in caso di cori a Balotelli e si è messo in silenzio stampa a piacimento. Il presidente nerazzurro, quindi, è dovuto intervenire personalmente per risolvere situazioni imbarazzanti. Ha dovuto dovuto chiedere scusa a nome dell’inter a Andrea Ramazzotti del «Corriere dello Sport» che è stato aggredito senza motivo dopo Atalanta-inter. Il danno d’immagine per l’inter è rilevante: la procura federale ha addirittura aperto un’inchiesta. Moratti, ieri sera durante la consueta cena di Natale nella sua villa a Imbersago, ha parlato della vicenda con l’allenatore.

Ciò che preoccupa maggiormente è il fatto che il portoghese stia contagiando buona parte dello staff. Il mite Baresi, ad esempio, domenica se l’è presa con l’arbitro per l’espulsione di Sneijder. Una posizione che il presidente nerazzurro non ha condiviso: «Credo - ha detto davanti agli uffici della Saras - che Sneijder abbia commesso un’ingenuità». Poi c’è il capitolo giocatori. Come può il rabbioso Mourinho insegnare ai giovani l’educazione e dargli la serenità necessaria per giocare ad alti livelli? Il caso di Balotelli è quello più eclatante. Mario, che di per sé ha un carattere piuttosto vivace, avrebbe bisogno di avere vicino persone che gli diano il buon esempio.

Monday, August 24, 2009

TESTA DI MATERAZZI

video

Tuesday, July 28, 2009

L'inter VINCE ANCHE LO SCUDETTO DEI DEBITI

Dal Sole 24 Ore del 27 Luglio 2009

Il derby inter-Milan non si potrebbe disputare in serie C. Il club nerazzurro non soddisfa i parametri patrimoniali per l'iscrizione a quella che oggi viene moderatamente denominata "Lega Pro". Mentre i milanisti vi rientrerebbero per il rotto della cuffia. Ma né alla prima né alla seconda divisione potrebbero partecipare, come anche altri club di serie A e molti di B. A meno che le proprietà non mettano mano al portafogli. Una prassi che però non è più così scontata neanche dalle parti di Milano come hnno palesato le recenti cessioni di pezzi pregiati dell'argenteria di famiglia (da Kakà a Ibrahimovic).
Tra i paradossi (ma fino a un certo punto) del calcio italiano c'è anche questo: in pratica, i criteri per essere ammessi ai tornei più prestigiosi (Ae B) sono meno rigidi di quelli richiesti per le categorie minori. Così si spiega il fatto che società appena retrocesse dalla B alla Lega Pro (vedi Avellino , Pisa e Treviso) si scoprano - anche a causa di gestioni non proprio lungimiranti - non in grado di onorare i requisiti economici del troneo di rango inferiore e ne siano escluse.
Dalle norme di ammissione alla stagione 2009/2010 emanate lo scorso anno dalla Figc emerge un doppio filtro: tutte le società devono dimostrare che il capitale sociale non sia stato eroso per oltre un terzo dalle perdite e non sia sceso quindi sotto il minimo legale, nonché di essere in regola con i pagamenti di ingaggi e stipendi, delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e delle imposte (Ires, Irap e Iva) degli anni 2003, 2004, 2005, 2006, 2007; solo le società appartenenti alla Lega Pro invece sono tenute a depositare una fidejussione bancaria di 100mila euro e, soprattutto, a provare l'avvenuto rispetto del parametro "Pa", vale a dire di vantare un rapporto tra patrimonio netto e attivo superiore a 0,08. L'applicazione di questo parametro da parte della Covisoc (Commissione di vigilanza sulle società di calcio) ha appunto determinato l'espulsione di qualche settimana f, dalla Lega Pro, di otto formazioni: Avellino, Pisa, Treviso, Venezia, Biellese, Ivrea, Pistoiese e Sambenedettese. Giovedì prossimo saranno decretati i ripescaggi per ripristinare la griglia di partenza di 90 team.
Ma il presidente della Lega Pro, Mario Macalli, ha denunciato l'incongruenza dei requistiti contabili, invocando maggiore uniformità. "Servono regole uguali per tutti. Se applicassimo il nostro rigore in serie B ne verrebbero messe fuori parecchie di squadre", ha tuonato al termine dell'ultimo Consiglio federale. Ottenendo, per ora, solo generiche rassicurazioni dal presidentedella Federcalcio Giancarlo abete ("come in tutte le aziende, non bisogna guardare solo ai debiti ma anche ai crediti", ha detto). Le società di A e B che hanno certo altri ftturati e altri giri d'affari - ma anche ben altre uscite e debiti (Dagli ultimi bilanci depositati delle 20 società di serie A emerge un indebitamento complessivo di quasi 2 miliardi di euro) - rispetto alla ex serie C, devono semplicemente depositare all'organo di vigilanza un budget preventivo che che asseveri la sostenibilità della gestione. Se però i conti dei club che militano nelle serie meggiori fossero esaminate con la stessa lente riservata a quelli della Lega Pro, sarebbero molti a ritrovarsi off-side.
Stando agli ultimi bilanci approvati dalle società della massima divisione, per esempio, non sono in linea con il parametro "Pa", oltre all'inter campione d'Italia, la matricola Bari, il Siena e il Genoa. Il Milan è appena sopra la line di galleggiamento, così come il Chievo e la Sampdoria. La torta dei diritti televisivi collettivi che dal 2010 dovrebbe assicurare entrate per almeno 900 milioni di euroall'anno dovrebbe tuttavia tranquillizzare i tifosi , a patto che i manager sappiano resistere alle pressioni delle piazze più esigenti e perseverare nella linea dell'"autarchia".
Molto peggio vanno le cose in B, dove su 22 società sono 8 quelle con un parametro "Pa" deficitario e cinque quelle "salve" per un soffio. E se davvero oggi sarà sancita la nascita di una Superlega di A, il rischio di una deriva (finanziaria e non solo) per la cadetteria si fa sempre più alto.